I sacerdoti aiutano tutti. Aiuta tutti i sacerdoti!
Ogni sacerdote dovrebbe poter contare almeno su 799 euro per 12 mesi. Solo per alcuni di loro, questa cifra è coperta dalle Offerte della propria comunità o da eventuali stipendi da insegnante. Per altri, invece, queste fonti non bastano e si deve ricorrere alle Offerte per il sostentamento: ecco perché è così importante donare! Per offrire il tuo contributo hai a disposizione 4 modalità: il conto corrente postale, la carta di credito, il versamento in banca o le raccolte in parrocchia che vengono versate agli istituti diocesani. Il contributo è libero. L’offerta è deducibile dal proprio reddito complessivo, ai fini del calcolo Irpef e delle relative addizionali, fino ad un massimo di 1032,91 euro annui. L’Offerta versata entro il 31 dicembre di ciascun anno può essere quindi indicata tra gli oneri deducibili nella dichiarazione dei redditi (modelli Unico o 730) da presentare l’anno seguente.
INFO LEGALI
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale, ma amatoriale ai sensi della legge n.62 del 7.03.2001. Parte delmateriale contenuto in questo sito è stato prelevato da internet. Qualora qualche autore riconoscesse proprio materiale con copyright e non volesse vederlo pubblicato su questo inserto, è pregato di segnalarlo a mailto: diaconatopermanente@email.ite su richiesta provvederò alla rimozione immediata o a citarne la paternità nel caso in cui gentilmente, mi venisse concessa di mantenerne la pubblicazione in queste pagine.
Tutti i loghi e marchi in questo sito sono di proprietà dei rispettivi proprietari.I commenti, le news, gli articoli sono di proprietà dei rispettivi autori, con approvazione della redazione del sito. Ideazione, creazione e gestione del sito sono a cura di Vittorio Politano.
PRIVACY INFO
Informativa sulla protezione della privacy
Il Testo Unico denominato "Codice in materia di protezione dei dati personali", il Decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, in vigore dal 1º gennaio 2004, garantisce che il trattamento dei dati personali si svolga nel rispetto dei diritti delle libertà fondamentali, nonché della dignità delle persone fisiche, con particolare riferimento alla riservatezza e all'identità personale. Noi tratteremo i tuoi dati con correttezza, nella piena tutela dei tuoi diritti e in particolare della tua riservatezza. Ai sensi della citata normativa, ti informiamo che il trattamento dei tuoi dati ha come unico scopo quello di procedere alla migliore gestione del sito.In qualsiasi momento puoi chiedere la verifica e la cancellazione dei tuoi dati personali.
Potete lanciareliberamentela vostra bottiglia*Cliccate su Nuovo Messaggio
I diaconi dell'O.f.s. d'Italia, ti accolgono festosamente e ti offrono fraternità.
Queste pagine non hanno pretesa di completezza; esse sono semplicemente il frutto del nostro impegno nell'umile tentativo di corrispondere alla chiamata del Signore Gesù e al compito che la Chiesa ci ha affidato:
"Ricevi il Vangelo di Cristo del quale sei divenuto l'annunziatore: credi sempre a ciò che proclami, insegna ciò che credi, vivi ciò che insegni".
E’ un sito dedicato ai Diaconi e al loro Ministero. Perché l’esempio della loro vita, della loro testimonianza nel servizio sia un richiamo costante al Vangelo e susciti imitatori nel popolo santo di Dio. E’ uno strumento di formazione, d’informazione e di approfondimento teologico, uno spazio aperto al loro contributo per una nuova evangelizzazione in rete e per promuovere in modo fattivo e costante la diaconia come vocazione al servizio e il diaconato come segno sacramentale di questa vocazione nella Chiesa e nel mondo. Una presenza attiva e attenta al mondo quindi, tesa alla costruzione di relazioni con chi s’interroga sul Dio di Gesù Cristo e vuole lasciarsi interrogare da Lui.
"Ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita ... noi lo annunziamo anche a voi".(1 Gv 1, 1.3)
LA MENZOGNA AGOSTINO DI IPPONA
27 ottobre 2009
Riguardo alla menzogna c’è un grosso problema: un problema che spesso anche nei comportamenti della vita di ogni giorno ci crea pensieri. Succede infatti che noi a cuor leggero chiamiamo menzogna ciò che menzogna non è, mentre poi riteniamo lecito il mentire quando si tratta di una menzogna giustificata, come quando è detta a fin di bene o per misericordia. Tratteremo il problema con premura e attenzione, mettendoci alla ricerca insieme con quanti come noi cercano la verità.
LA MENZOGNA
AGOSTINO DI IPPONA
Introduzione.
1. 1. Riguardo alla menzogna c’è un grosso problema: un problema che spesso anche nei comportamenti della vita di ogni giorno ci crea pensieri. Succede infatti che noi a cuor leggero chiamiamo menzogna ciò che menzogna non è, mentre poi riteniamo lecito il mentire quando si tratta di una menzogna giustificata, come quando è detta a fin di bene o per misericordia. Tratteremo il problema con premura e attenzione, mettendoci alla ricerca insieme con quanti come noi cercano la verità. Se poi abbiamo o no trovato qualcosa, non lo diremo noi parlando con leggerezza, ma al lettore attento lo rivelerà sufficientemente la stessa trattazione. È infatti, il presente, un problema assai oscuro, che nei suoi meandri cavernosi sfugge spesso all’acume dell’investigatore; e succede che a volte ti vedi sfuggire di mano ciò che avevi trovato, mentre a volte te lo vedi riapparire per poi dileguarsi di nuovo. Alla fine tuttavia la nostra disamina, raggiunta una certezza maggiore (per dire così), ci consentirà di delineare la soluzione che adottiamo. E se in questa ci sarà qualcosa di errato (è infatti proprio della verità liberare da ogni errore, mentre la falsità è inclusa in ogni errore), io ritengo che non si sbagli mai con più cautela di quando si sbaglia per l’eccessivo amore alla verità e per un eccesso di zelo nel rigettare la falsità. Questo procedimento è ritenuto un’esagerazione dagli ipercritici, ma, se si interrogasse proprio la verità, essa direbbe che non si è ancora abbastanza in regola. Orbene, chiunque tu sia che vieni a leggere, astieniti dalle critiche prima che abbia letto l’opera intera; così sarai meno severo nel giudicare. Non fermarti poi a sottilizzare sulla forma letteraria, poiché abbiamo speso molto lavoro sul contenuto, volendo anche terminare in breve tempo un’opera così necessaria allo svolgimento della vita quotidiana: motivo per cui la rifinitura dell’eloquio è stata limitata o quasi trascurata del tutto.
Menzogna e non menzogna.
2. 2. È doveroso fare eccezione per lo scherzo, che di fatto nessuno mai ha considerato una menzogna. Lì infatti è manifesto in maniera evidentissima il senso che ha in animo colui che sta scherzando: lo si ricava dalla pronunzia e dall’umore di chi parla, che appunto non è quello di uno che voglia ingannare, sebbene non proferisca la verità [completa]. Una questione diversa è stabilire se un’anima perfetta possa far uso di un tal modo d’esprimersi; ma ora non intendiamo risolvere questo problema. Eccettuiamo dunque lo scherzo, e vediamo per prima cosa come non si debba considerare bugiardo colui che di fatto non dice menzogne.
Definizione di menzogna.
3. 3. Occorre dunque precisare cosa sia la menzogna. In effetti non tutti quelli che dicono delle falsità mentiscono: tale è colui che crede o suppone essere vero ciò che afferma. C’è poi una differenza tra il credere e il supporre: chi crede a volte s’accorge di non conoscere la cosa che crede, sebbene non nutra dubbi di sorta sulla cosa che sente di non conoscere, se in essa crede con assoluta certezza. Viceversa, chi su qualcosa fa supposizioni ritiene di conoscere una cosa che invece non conosce. Ad ogni modo, chi afferma una cosa che nel suo animo o crede o suppone, anche se la cosa in sé è falsa, egli non dice una menzogna. Infatti nel suo parlare asserisce ciò che ha nell’animo e lo asserisce adeguandosi alla sua convinzione, e di fatto considera le cose come egli afferma. Ma anche se non mentisce, non è esente da colpa, se presta fede a cose da non credersi o se pensa di conoscere le cose che viceversa non conosce, anche se si tratta di cose in sé vere. Egli infatti ritiene di conoscere ciò che invece non conosce. mentisce poi sicuramente colui che nell’animo ha una cosa mentre a parole o con qualsiasi mezzo espressivo ne dice un’altra. Per questo, si suol dire che il bugiardo è doppio di cuore, cioè ha due [diversi] pensieri: uno quello che sa o ritiene come vero ma non ne parla, l’altro quello che invece del precedente proferisce con le labbra sapendo o congetturando che è falso. Ne segue che uno, senza mentire, può affermare una cosa falsa, inquanto crede che le cose stiano proprio come egli dice, sebbene di fatto non stiano così. Parimenti può accadere che uno, pur mentendo, dica la verità: come quando uno crede falsa una cosa che egli afferma essere vera, sebbene effettivamente le cose stiano com’egli asserisce. Riteniamo infatti che una persona sia sincera o bugiarda in base al giudizio della sua mente e non in base alla verità o falsità della cosa in sé. Pertanto di uno che dice il falso in luogo del vero, in quanto lo ritiene effettivamente vero, possiamo dire che sia nell’errore o magari che sia un illuso, ma non che sia un mentitore. Nel suo parlare infatti egli non ha in cuore la doppiezza e non intende imbrogliare ma è vittima dell’inganno. La colpa del mentitore sta invece nel desiderio di ingannare, quando dichiara il suo animo, sia che riesca a ingannare, perché si crede alla sua falsa dichiarazione, sia che di fatto non inganni, vuoi perché non gli si crede, vuoi, nel caso che con il desiderio di ingannare dica vero, ciò che non crede vero. In questo caso egli non inganna chi gli crede, sebbene abbia avuto intenzione d’ingannarlo, a meno che nel mentire non arrivi al punto di fargli credere che lui stesso conosce od opina secondo quel che dice a parole.
3.4. A questo punto ci si potrebbe chiedere (ma si tratta d’una questione quanto mai sottile!) se quando manca l’intenzione di trarre in inganno, manchi del tutto anche la menzogna.
Chi mente?, colui che asserisce il falso con l’intento di non ingannare o colui che dice il vero con il proposito di ingannare?
4. 4. Che diremo infatti di uno che dice il falso su una cosa che ritiene falsa ed egli si comporta così proprio perché ritiene che non gli si presterà fede e col far ciò voglia tener lontano da false conclusioni il suo interlocutore, che peraltro sa per nulla disposto a credergli? Se è menzogna affermare una cosa di cui si sa o si suppone che sia diversa, costui mente, sia pur senza l’intenzione di trarre in inganno. Se invece non si dà menzogna se non quando si afferma una cosa con l’intenzione di ingannare, non commette menzogna colui che, pur sapendo o pensando che la cosa asserita è falsa, dice il falso senza il proposito d’ingannare la persona con cui parla. Egli infatti sa che l’altro non gli presterà fede, e parla così proprio perché sa o congettura che l’altro non crede alle sue parole. Può dunque risultare con chiarezza, almeno in linea dei possibili, che ci sia chi dice il falso per non trarre in inganno il suo interlocutore, e che viceversa ci sia qualche soggetto che dica la verità con l’intenzione d’ingannare. Così, uno che dice la verità perché è convinto che la gente non gli crede, se dice la verità lo fa certo per ingannare: egli in effetti sa di sicuro, o almeno suppone, che quanto da lui detto può esser preso per falso proprio perché lo dice lui. E pertanto, dicendo la verità perché la si prenda come una falsità, egli dice, sì, la verità ma nell’animo vuole ingannare. Si impone quindi la domanda: Chi mente?, colui che asserisce il falso con l’intento di non ingannare o colui che dice il vero con il proposito di ingannare? In effetti il primo sa o immagina di dire il falso, il secondo sa o pensa di dire la verità. Al riguardo abbiamo già sopra affermato che non mente colui che non conosce la falsità delle sue asserzioni, da lui ritenute vere; è invece mentitore colui che dice cose vere credendole false. L’uno e l’altro li si deve giudicare dalle convinzioni che hanno nell’animo. Riguardo agli individui che abbiamo ora elencato la questione non è semplice: e questo dico in primo luogo di uno che sa, o pensa, di dire una cosa falsa, ma la dice allo scopo d’evitare l’inganno. Ecco, ad esempio, uno che, riguardo a una strada, sa che essa è infestata da briganti; e nello stesso tempo egli teme che per quella strada s’incammini una persona la cui salute gli è cara. Sapendo che questa persona non gli presterà fede, egli le può dire che i briganti non ci sono, affinché costui non passi per quella strada, credendola infestata da briganti, per il fatto che a dirgli di no è stato uno al quale egli non presta fede ritenendolo un bugiardo. C’è poi un altro che sa, o crede di sapere, che una cosa è vera, eppure la dice per trarre in inganno. Tale, ad esempio, è colui che a uno che non gli presta fede dice che in una certa via ci sono i briganti conoscendo che lì davvero ci sono; e se gli dice così è perché chi lo ascolta si diriga effettivamente verso quella strada credendo false le parole del collega: di fatto però egli si imbatte nei briganti. Orbene, quale di questi due è mentitore? Colui che preferisce dire il falso per non ingannare o colui che dice la verità con l’intenzione d’ingannare? Colui, dico, il quale dicendo una menzogna ha fatto sì che il suo interlocutore raggiungesse la verità ovvero l’altro che dicendo la verità ha fatto sì che l’interlocutore fosse indotto in errore? Non sarà piuttosto esatto dire che hanno mentito tutti e due: il primo perché volle affermare una falsità, il secondo perché intese trarre in inganno? O diremo per caso che nessuno dei due ha mentito: il primo perché gli mancò l’intenzione d’ingannare, il secondo perché intese affermare la verità? Non discutiamo infatti adesso il problema se l’uno o l’altro abbia peccato ma solo se abbia detto menzogne. Quanto al peccato infatti a prima vista sembrerebbe averlo commesso colui che dicendo la verità ha fatto sì che quello sventurato incappasse nei malandrini, mentre non avrebbe peccato, anzi avrebbe fatto un’opera buona, colui che dicendo il falso ha sottratto quel tizio alla disgrazia. Ma questi esempi si possono invertire, e quindi esserci qualcuno che, non volendo ingannare il prossimo, fa questo per esporlo a una disgrazia più grave. Molti infatti conoscendo la verità di certe cose andarono in rovina poiché le cose erano proprio tali che sarebbe stato meglio se non le avessero mai conosciute. L’altro invece, che vuole ingannare il prossimo, può farlo affinché costui ne tragga un qualche vantaggio: ad esempio certuni si sarebbero suicidati se avessero conosciuto una qualche sciagura capitata realmente ai propri cari; credendo invece a quella falsità si trattennero dal suicidio. In tal modo fu utile a questi ultimi essere stati ingannati, come fu dannoso ai primi l’aver conosciuto la verità. Non si tratta dunque di appurare quali siano stati i sentimenti con cui l’uno ha detto il falso per non lasciar cadere in inganno e l’altro ha detto il vero volendo ingannare: se cioè volevano giovare o nuocere. Escludendo per ora la questione dei vantaggi o dei danni derivati a coloro cui si parla, vogliamo limitarci a considerare la verità e la falsità delle affermazioni in se stesse e vedere quale dei due soggetti sia reo di menzogna, o se per caso lo siano tutti e due o nessuno dei due. In effetti se è menzogna parlare con l’intenzione di dire il falso, ha mentito naturalmente colui che ha inteso dire una falsità dicendo poi quel che gli è piaciuto dire e dicendolo magari con l’intenzione di non ingannare. Se al contrario è menzogna ogni affermazione fatta con l’intenzione d’ingannare, non ha mentito il primo fra i due ma l’altro, cioè colui che anche dicendo la verità intendeva trarre in inganno. Se poi è menzogna un’affermazione detta col proposito di mescolare il vero con il falso, hanno mentito tutti e due: l’uno perché intese come falsa la sua affermazione, l’altro perché dalla sua affermazione vera intese farla prendere per falsa. Se finalmente la menzogna consiste nell’affermare il falso con l’intenzione d’affermarlo per trarre in errore, non è stato bugiardo nessuno dei due: non il primo in quanto dicendo il falso si riprometteva di indurre alla verità; non il secondo in quanto per indurre alla falsità affermava cose vere. Sarà dunque assente ogni doppiezza ed ogni falsità se affermiamo a tempo e luogo ciò che riteniamo per vero riconoscendolo anche come tale, e ciò che affermiamo è quello che vogliamo richiamare alla mente altrui. Ma si danno casi diversi, quando cioè noi tentiamo di proporre solamente quello che diciamo con le labbra, ma noi stessi crediamo vero ciò che è falso o diamo come noto ciò che ci è sconosciuto o non crediamo a ciò che si dovrebbe credere o affermiamo ciò che non si dovrebbe affermare. In questi casi c’è, sì, l’errore della sconsideratezza ma in nessun modo la menzogna. Non si deve infatti temere nessuna delle suddette definizioni quando l’animo dentro di sé è convinto di affermare una cosa che sa di essere vera, o almeno così opina o crede, e così pure se non vuol far credere altro se non quello che afferma.
Se si diano menzogne che, almeno a volte, siano utili.
4. 5.Molto più importante e necessaria di questa è la domanda se si diano menzogne che, almeno a volte, siano utili. Può quindi rimanere dubbio il problema se dica menzogne uno che non abbia la volontà d’ingannare o magari si dia da fare perché non cada in errore colui al quale parla, sebbene abbia consentito che si ritenessero false le sue parole da colui al quale egli voleva proporre solo la verità; e così può dubitarsi se mentisca colui che deliberatamente dice la verità con l’intenzione d’ingannare. Nessuno certo dubita che mente colui che dice il falso volendo ingannare. Ne segue che certamente dice una menzogna colui che asserisce il falso allo scopo d’ingannare. È dunque cosa evidente che la menzogna è una affermazione falsa proferita con l’intenzione d’ingannare. Se poi soltanto in questo caso ci sia la menzogna, è un’altra questione.
Se qualche volta non sia utile dire il falso con l’intenzione di trarre in inganno.
5. 5. Esaminiamo adesso il genere di menzogne, sul quale tutti sono d’accordo, e cioè se esistano casi in cui sia utile dire il falso anche con l’intenzione di trarre in inganno. Così infatti ritengono alcuni, i quali per convalidare la loro dottrina ricorrono a testimonianze [scritturistiche]. Citano l’esempio di Sara, che avendo riso [della promessa divina], agli angeli disse che non aveva riso. Così Giacobbe: interrogato dal padre, egli rispose dicendo d’essere il suo figlio maggiore, Esaù. Così le ostetriche d’Egitto: perché non fossero uccisi i bambini ebrei che nascevano ricorsero alla menzogna, che lo stesso Dio approvò ricompensando con doni il loro operato. Scegliendo i numerosi episodi [narrati dalla Scrittura], ricordano gli esempi di quegli uomini che nessuno oserebbe dichiarare colpevoli, con la conclusione di farti riconoscere che almeno in certi casi la menzogna può essere non solo non meritevole di biasimo ma anzi meritevole di elogio. E portano anche delle altre prove, volendo convincere non solo gli uomini che hanno familiarità con i Libri sacri ma tutti gli uomini forniti di comune buon senso. Dicono: Se viene da te uno che tu con la tua bugia potresti sottrarre alla morte, ti rifiuteresti di mentire? Se un malato ti chiede un’informazione che tu sai essergli per niente affatto utile e d’altra parte t’accorgi che a non dargli alcuna risposta sarebbe ancor peggio, tu oserai dire a lui la verità con suo grave danno oppure te ne rimarresti in silenzio, quando con una bugia - in questo caso incolpevole, anzi pietosa - potresti invece contribuire alla sua salute? Con numerosi argomenti di questo genere, o non molto diversi da questi, credono di dover necessariamente concludere che, se c’è un motivo valido che lo esiga, a volte almeno è lecito mentire.
La menzogna nell’Antico Testamento.
5. 6. Quanti son persuasi che mai si deve mentire reagiscono con grande energia, e prima di tutto adducono la prova di autorità desunta dalla divina Scrittura. Nel decalogo infatti si dice: Non dire falsa testimonianza, che è un’espressione generica comprendente ogni sorta di menzogne. In realtà quando si proferisce una parola si rende testimonianza di ciò che ci passa nell’animo. Ma qualcuno potrebbe obiettare che non tutte le menzogne meritano d’essere chiamate «falsa testimonianza». Ebbene cosa potrà costui replicare all’affermazione: La bocca menzognera uccide l’anima? E perché non si pensi che l’espressione sia compresa nel giusto senso anche quando si eccettua il caso di qualche mentitore, si vada a leggere quell’altro passo dove è detto: Tu mandi in perdizione tutti coloro che proferiscono menzogne. Per questo il Signore di sua propria bocca affermò: Sia sulla vostra bocca il sì, sì, e il no, no. Il di più viene dal maligno. In questo senso anche l’Apostolo, quando prescrive di spogliarsi dell’uomo vecchio, denominazione che abbraccia tutti i peccati, con logica stringente pone al principio questa ingiunzione: Pertanto gettate via la menzogna [e] parlate [dicendo] la verità.
In che senso i libri dell’Antico Testamento non insegnano a mentire.
5. 7. Costoro affermano di non sentirsi spaventati dagli esempi di menzogna che si ricavano dai libri dell’Antico Testamento. Infatti quanto accadeva a quei tempi, sebbene realmente accaduto, poteva avere anche un senso figurativo; e quanto avviene o si narra in senso figurato non costituisce menzogna. In effetti ogni affermazione è da rapportarsi a ciò che con essa si afferma; e quindi tutto ciò che accade o viene detto con linguaggio figurato afferma ciò che la figura presenta alla comprensione dell’ascoltatore. Questo è da credersi nei riguardi di quegli uomini che al tempo delle antiche profezie vengono descritti come personaggi autorevoli: e cioè che quanto è scritto nei loro riguardi essi lo hanno fatto o detto con valore profetico. Parimenti non avevano un minor valore profetico le cose che loro accadevano se dallo Spirito profetico furono ritenute meritevoli d’essere ricordate a memoria o trascritte in libri. Quanto alle ostetriche, siccome non è possibile dire che abbiano parlato mosse da Spirito profetico al fine di rappresentare la verità futura, si afferma, è vero, che esse furono approvate e ricompensate da Dio per aver detto al faraone una cosa per un’altra; ma si trattò d’una ricompensa relativa. A loro insaputa poi lo Spirito diede un significato ulteriore al gesto da loro compiuto. Se infatti uno, abituato a mentire per procurare danni al prossimo, in un secondo momento arriva a mentire per fare del bene, certamente ha compiuto un grande progresso. E poi una cosa è presentare come lodevole un gesto in se stesso e un’altra è quando si dice che un atto è migliore di un altro che risulti peggiore. Una cosa infatti è congratularsi con una persona perché sta bene [in salute], e un’altra è congratularsi con un malato perché è migliorato. Del resto, nelle stesse Scritture si dice che anche Sodoma fu giustificata se la si paragona con le nefandezze commesse dal popolo d’Israele. A questa norma rimandano [i sostenitori della presente teoria] in ogni caso di menzogna che si desume dall’Antico Testamento e che ivi non viene biasimato. Lo stesso se non è possibile biasimarla, anzi se viene approvata in vista dei proficienti e della speranza [di farli progredire], ovvero se non si tratta in alcun modo di menzogne dette con qualche significato recondito.
Nessuna menzogna nei libri del Nuovo Testamento.
5. 8. Nei libri del nuovo Testamento ci sono, è vero, espressioni con senso figurato poste sulla bocca del Signore; ma, eccettuate queste e considerando la vita e i comportamenti dei santi, come anche i loro fatti e detti, non si può citare alcun esempio che, se imitato, induca alla menzogna. Tale la simulazione di Pietro e Barnaba: essa non è soltanto raccontata ma anche disapprovata e corretta. Non è infatti vero, come pensano alcuni, che ricorrendo a una tale simulazione lo stesso Paolo circoncise Timoteo o celebrò personalmente alcuni riti del cerimoniale giudaico; ma, al contrario egli fu sempre mosso da quella libertà di opinione per cui predicava che la circoncisione come non giovava in nulla ai pagani così in nulla nuoceva ai giudei. Per questo egli riteneva che, se non si dovevano costringere i pagani ad osservare le costumanze dei giudei, non bisognava distogliere i giudei dalle usanze dei padri. Ne fan testo le sue parole: Uno è stato chiamato da circonciso? Non si rifaccia il prepuzio. Un altro è stato chiamato col prepuzio? Non si lasci circoncidere. La circoncisione infatti non è nulla, come nulla è il prepuzio: quello che vale è la osservanza dei comandamenti di Dio. Ciascuno rimanga nella condizione di quando fu chiamato. Come si potrebbe rifare il prepuzio quando lo si è asportato? Dice: Non si rifaccia nel senso di «non viva come se si fosse rifatto il prepuzio», e cioè: «Non viva come se su quella parte del corpo, che ha scoperto, protenda di nuovo la pelle», quasi che abbia cessato di essere giudeo. Con lo stesso senso dice altrove: La tua circoncisione s’è mutata in prepuzio. Tutto questo l’Apostolo dice non per costringere i pagani a conservare il prepuzio o i giudei a seguire per forza il costume dei loro padri. Egli non voleva imporre né agli uni né agli altri il comportamento opposto, avendo tutt’e due le genti la facoltà, non la necessità, di rimanere nelle consuetudini di prima. Se pertanto un giudeo avesse voluto, senza recare scandalo ad alcuno, abbandonare le costumanze del giudaismo, l’Apostolo non l’avrebbe certo ostacolato. Che se egli diede ai giudei il consiglio di attenersi alle loro pratiche, lo fece per timore che essi, turbati in cose superflue, non giungessero ad incamminarsi per quelle vie che alla salvezza sono necessarie. E se un pagano avesse voluto farsi circoncidere con l’intenzione di mostrare che non rifuggiva quella pratica come dannosa [per la salvezza] ma la riteneva solo un segno ormai sorpassato nel tempo e quindi per lui del tutto indifferente, certo l’Apostolo non gli avrebbe proibito di circoncidersi. Se è vero infatti che dalla circoncisione non derivava in alcun modo la salvezza, nessun timore che da essa derivasse la rovina. Per questo motivo l’Apostolo circoncise Timoteo. Egli fu chiamato dal popolo degli incirconcisi ma era nato da madre giudea. Ora Paolo per conquistare [alla fede] i suoi connazionali doveva loro mostrare che nella disciplina della Chiesa cristiana non aveva imparato a rigettare sdegnosamente i riti sacri dell’antica legge. Comportandosi così, [Paolo e Timoteo] dimostravano ai giudei che, se i pagani non si sottoponevano a tali pratiche, non era perché fossero cose cattive, e quindi i patriarchi le avevano osservate a loro danno. Egli intendeva solo insegnare che esse non erano più necessarie per la salvezza, dopo la realizzazione di quel grande mistero che tutta la Scrittura dell’Antico Testamento per tanti secoli aveva gestato e messo al mondo con profetici simboli e figure. Egli, Paolo, dietro le pressioni dei giudei avrebbe circonciso anche Tito se non ci fossero stati quei falsi fratelli che, intrufolatisi fra i cristiani, avevano sparso la diceria che egli aveva ceduto di fronte a loro. Riconoscendo in loro la verità, egli si sarebbe arreso di fronte a quei tali che predicavano che secondo il Vangelo la speranza di salvarsi era riposta nella circoncisione della carne e nelle altre pratiche simili ad essa, e che senza queste pratiche Cristo non avrebbe arrecato alcun giovamento all’umanità. La verità, viceversa, era che Cristo non giovava a nulla a coloro che si facevano circoncidere con la convinzione che in tale rito si trovava la salvezza. Perciò dice: Ecco io, Paolo, vi dico questo: Se vi circoncidete, Cristo non vi gioverà a nulla. Con tale libertà Paolo osservò le pratiche in uso presso i padri, badando solo a questo - e così anche predicando -, che cioè non si credesse annullata la salvezza di cui godono i cristiani perché venivano escluse le antiche osservanze. Pietro al contrario con la sua simulazione costringeva i pagani a vivere da giudei come se la salvezza si trovasse nel giudaismo. Lo attestano le parole di Paolo, che gli disse: Come puoi costringere i gentili a farsi giudei?Non si sarebbe potuto dire che erano costretti se non l’avessero visto osservare quei riti ritenendo che senza di loro non c’era salvezza. Quindi la simulazione di Pietro non ha nulla di simile con la libertà di [coscienza predicata da] Paolo. Noi quindi dobbiamo amare Pietro che volentieri si lasciò riprendere da Paolo, ma non possiamo in alcun modo difendere la [liceità della] menzogna in base all’autorità di Paolo. Costui alla presenza di tutti richiamò al dovere Pietro, per impedire che per il suo esempio i pagani venissero costretti a vivere da giudei. Inoltre Paolo fu coerente con la sua predicazione quando, di fronte a quelli che lo giudicavano nemico delle tradizioni dei padri, in quanto non voleva che venissero imposte ai gentili, non ricusò di rispettarle lui stesso celebrando i riti dell’antico cerimoniale. Ciò facendo, mostrò con sufficiente chiarezza che, dopo la venuta di Cristo, tali pratiche sopravvivevano in queste dimensioni: per i giudei non erano dannose, per i pagani non erano obbligatorie, per nessuno erano necessarie in ordine alla salvezza.
Nessun argomento valido a favore della menzogna dai libri sacri.
5. 9. Nessun argomento valido a favore della menzogna si può quindi ricavare dai libri sacri. Non dall’Antico Testamento, perché non è menzogna ciò che si deve prendere come figura, tanto se si tratta di fatti quanto di detti, ovvero anche perché non si propone alla imitazione dei buoni ciò che nei cattivi, incamminati verso il meglio, si loda rapportandolo con cose peggiori. Non si ricava nemmeno dai libri del Nuovo Testamento, nei quali ci si invita ad imitare il ravvedimento di Pietro più che non la [colpa della] simulazione, come, dello stesso Pietro, dobbiamo imitare le lacrime e non la negazione.
La menzogna è peccato grave.
6. 9. Quanto agli esempi desunti dalla vita ordinaria, asseriscono con la più grande sicurezza [questi dottori] che non vi si deve prestar fede. Nel loro insegnamento infatti essi partono dal principio che la menzogna è un’iniquità; e ciò provano con molti testi della sacra Scrittura, primo dei quali il passo: Tu, Signore, hai in odio quanti commettono azioni inique, mandi in perdizione quanti dicono la menzogna. Infatti, come di solito fa la Scrittura, con lo stico seguente si chiarifica il precedente; e così, siccome la parola «iniquità” ha un significato assai ampio, dobbiamo intendere che, quando si nomina la menzogna, l’autore ha voluto presentarla come una specie nel genere della iniquità. Ovvero se fra menzogna e iniquità c’è una qualche differenza, tanto peggiore è da ritenersi la menzogna quanto più è severa la parola mandare in perdizione rispetto a odiare. Può darsi infatti che Dio abbia in odio qualcuno in maniera piuttosto blanda, cioè non al punto di dannarlo; riguardo al dannato viceversa, tanto più forte è l’odio divino quanto più severa è la punizione inflitta. Orbene, quanti operano l’iniquità egli li odia; invece tutti coloro che dicono menzogne egli addirittura li manda in perdizione. Ammesso questo, chiunque accetta un tale principio come potrà lasciarsi impensierire dagli esempi addotti da quei tali che dicono:»Se viene da te un uomo che con una menzogna tu potresti liberare dalla morte, come ti comporteresti?». Eppure quella morte, temuta stoltamente dagli uomini che non temono il peccato, è una morte che uccide il corpo, non l’anima, come insegna il Signore nel Vangelo, dove appunto ordina di non temerla. La bocca che proferisce menzogna, viceversa, uccide non il corpo ma l’anima. È scritto in termini quanto mai espliciti: La bocca che dice menzogne uccide l’anima. Come quindi non sarà un’enorme perversione affermare che per conservare ad uno la vita del corpo un altro possa lecitamente morire nello spirito? Infatti l’amore del prossimo ha come punto di riferimento l’amore verso se stessi. Dice: Amerai il prossimo tuo come te stesso. In che maniera dunque potrà uno amare un altro come se stesso, se per dare a costui la vita temporale, egli personalmente si gioca la vita eterna? In realtà, se per dargli la vita temporale uno compromettesse la sua vita temporale non sarebbe questo un amare come se stesso, ma più di se stesso. E ciò oltrepassa la norma imposta dalla sana dottrina. Molto meno sarà lecito perdere la propria vita eterna dicendo menzogne, per [salvare] all’altro la vita temporale. Ovviamente il cristiano non esiterà a sacrificare la propria vita temporale per la vita eterna del prossimo: in questo ci ha preceduti con l’esempio il nostro Signore quando ha dato la vita per noi. Egli infatti diceva a questo riguardo: Questo è il mio comandamento: che vi amiate l’un l’altro come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i suoi amici. A questo proposito nessuno vorrà essere così scervellato da dire che il Signore abbia inteso provvedere ad altro che alla salvezza dell’uomo quando compiva di persona le opere che comandava o quando comandava di compiere le opere che lui faceva. Se pertanto col mentire si perde la vita eterna, è evidente che mai è lecito mentire per giovare in qualsiasi modo alla vita temporale di chicchessia. Che dire infatti di questi tali, che si indispettiscono e vanno sulle furie quando qualcuno si rifiuta di uccidere la propria anima con la menzogna, perché un altro nel suo corpo giunga a vecchiaia? Che dire, insisto, se qualcuno potrebbe scampare la stessa morte mediante un nostro furto o adulterio? Potremo, per ottenere un tale risultato, rubare o commettere adulterio? Costoro non si rendono conto di dover per forza tirare questa conclusione: se un uomo, corda in mano, voglia farsi da te stuprare, affermando ripetutamente che, se non gli si concede quanto richiesto, egli si legherà la corda al collo. In tal caso, dicono costoro, per liberare la sua vita [dalla morte] bisogna acconsentire [alla sua richiesta]. Ebbene, se un tal gesto è assurdo e delittuoso, perché si dovrebbe concedere ad uno di deturpare la propria anima con la menzogna affinché l’altro conservi la vita del corpo? Poiché, se per lo stesso scopo abbandonasse alla corruttela il proprio corpo quel tale sarebbe, a giudizio di tutti, condannato come reo di esecranda turpitudine? In conclusione, su questo problema nulla si deve considerare all’infuori del fatto se la menzogna sia o no una cosa illecita. Ora siccome, stando ai documenti citati sopra, la risposta è affermativa, è da porsi il problema se si possa mentire per salvare una persona come si porrebbe quello se sia lecito commettere il peccato per salvare qualcuno. Si sa però che la salvezza dell’anima non consente questa scelta, poiché non ci si salva se non con la giustizia; anzi la stessa salvezza esige che la collochiamo al di sopra della salute temporale non solo degli altri ma anche di noi stessi. Di fronte a ciò - dicono costoro - cosa concludere se non che, indubbiamente, non si deve mai assolutamente mentire? Non si può infatti affermare che fra i beni d’ordine temporale ce ne sia qualcuno più grande o più prezioso della vita e della salute fisica. E se nemmeno questi beni son da preporsi alla verità, quale motivo possono addurre coloro che ritengono che a volte sia lecito mentire, per dimostrare efficacemente questa loro sentenza?
Non si può mentire nemmeno per difendere il pudore.
7. 10. E veniamo ora al rispetto del corpo. Ecco, fa’ che ti si presenti una persona degna della massima stima e ti chieda insistentemente che tu dica una menzogna perché la insidia uno stupratore che si potrebbe tenere lontano con una menzogna. In questo caso -dicono certuni - si deve mentire senza alcun dubbio. È facile la risposta: non c’è pudicizia del corpo se non quella che deriva dall’integrità dell’anima. Se s’infrange quest’ultima, necessariamente cade anche l’altra, sebbene all’apparenza essa sembri rimanere intatta. Questo, perché non la si collochi fra i beni corporali, per cui la si possa strappare anche a chi ha volontà contraria. Ne consegue che l’anima non deve in alcun modo contaminarsi con la menzogna per giovare al proprio corpo, sapendo che il corpo rimane intatto se la corruzione non intacca l’anima. Infatti tutto ciò che il corpo subisce per una violenza esterna senza alcuna libidine antecedente deve chiamarsi sopraffazione, non corruttela. O, ammettendo che ogni sopraffazione sia corruttela, non ne segue che ogni corruttela sia riprovevole e viziosa! Lo è soltanto quand’è provocata da affetto libidinoso o quando con tale affetto ad essa si consente. Orbene, quanto l’anima è superiore al corpo, altrettanto più grave è il delitto di chi la corrompe. Là dunque si può conservare la pudicizia dove non ci può essere corruzione che non sia volontaria. Ma ecco che il corpo di una persona viene aggredito da uno stupratore che non si riesce ad ostacolare né opponendogli la forza né ricorrendo a persuasioni o menzogne. In tal caso, dobbiamo confessarlo, la pudicizia del violentato non è compromessa dalla sporca passione dell’aggressore. E siccome non c’è alcun dubbio che l’anima è superiore al corpo, all’integrità del corpo va preferita l’integrità dell’anima: quell’integrità che potremo conservare per sempre. Ora, chi oserà dire che l’anima di colui che proferisce menzogne è integra? Questa in effetti è la definizione esatta della libidine: Appetito dell’anima per il quale ai beni eterni si preferiscono i beni temporali, di qualsiasi genere siano. Ne segue che nessuno può addurre ragioni valide per sostenere che almeno qualche volta è lecito mentire: fino a quando almeno non avrà dimostrato che con la menzogna si può conseguire qualche bene eterno. Ma se è vero che l’uomo tanto più si allontana dall’eternità quanto più si allontana dalla verità, è cosa quanto mai assurda asserire che uno allontanandosi dalla verità possa conseguire un qualsiasi bene. Ovvero, se c’è un qualche bene che sia eterno senza che rientri nella verità, questo non è un vero bene, e pertanto, siccome è un bene falso, non è nemmeno un bene. E come si deve stimare più l’anima che il corpo, così la verità deve stimarsi più dell’anima, con la conseguenza che essa deve essere desiderata dall’anima non solo più del corpo ma anche più di se stessa. Ciò facendo, in quanto gode dell’immutabilità propria della verità più che non della propria mutevolezza, l’anima ci guadagna in integrità e castità. Si pensi a Lot. Essendo talmente giusto da ospitare in casa sua anche gli angeli, diede ai sodomiti le proprie figlie perché abusassero di loro e in tal modo si violassero corpi di femmine e non di maschi. Ebbene, con quanto maggiore oculatezza e tenacia non dovrà conservarsi la castità dell’anima perché resti nella verità, se è certo che l’anima stessa è superiore al corpo più di quanto non lo sia un corpo maschile rispetto a un corpo di donna?
Non è lecito mentire per procurare ad alcuno la salvezza.
8. 11. Ci potrà essere chi ritenga lecita la menzogna detta ad uno a vantaggio di un altro per farlo vivere, ovvero perché non venga contrariato nelle cose che gli stanno molto a cuore, e così possa raggiungere, attraverso l’apprendimento, la verità eterna. Costui non si rende conto, prima di tutto, che non c’è nefandezza a commettere la quale non ci si possa costringere quando si avverano le stesse condizioni, come è stato esposto sopra. Inoltre è chiaro che l’autorità stessa della dottrina è eliminata e cessa totalmente se in coloro che vorremmo condurre alla verità, con la nostra menzogna creiamo la persuasione che qualche volta sia necessario mentire. Tener presente che la dottrina rivelata risulta composta di cose che in parte son da credersi mentre altre son da comprendersi: soltanto che alle verità da comprendersi non si può arrivare senza prima credere a quelle che debbono essere credute. Orbene, come si può credere a uno che ritiene, almeno qualche volta, necessaria la menzogna, senza pensare che egli menta anche quando ci ingiunge di credergli? In base a che si può dedurre con certezza che egli non abbia anche in quel caso un qualche motivo per dire una menzogna»officiosa», come egli la considera? Egli infatti potrebbe pensare che l’interlocutore, spaventato dal racconto falso [che gli viene fatto], si astenga dagli atti di libidine; e pertanto come non dire che in tal modo egli con la sua menzogna abbia anche contribuito a farlo progredire spiritualmente? Notiamo tuttavia che, una volta ammesso e approvato un tale comportamento, va a rotoli tutta la normativa della fede e, scomparsa questa, non si arriva nemmeno alla comprensione [della verità], per ottenere la quale la fede nutre la mente dei piccoli. Pertanto, se si apre il varco per ammettere in qualche situazione la menzogna (anche quella chiamata «ufficiosa”), viene tolta di mezzo ogni norma di verità, la quale è costretta a ritirarsi di fronte alla falsità anche nelle sue forme più stravaganti. Chiunque mente infatti antepone alla verità i vantaggi temporali, o propri o di qualche altro: ma ci può essere qualcosa più perversa di questa? Può anche darsi che uno ricorrendo alla menzogna intenda condurre un altro all’acquisto della verità; costui però nello stesso tempo gl’impedisce il raggiungimento della verità. Volendo infatti conseguire la verità ricorrendo alla menzogna, si rende inattendibile anche quando dice la verità. Pertanto, o non si deve credere ai buoni, o bisogna credere a coloro che ritengono lecito dire menzogne, almeno in qualche caso, o bisogna credere che i buoni non dicano mai menzogne. Di queste tre ipotesi, la prima è perniciosa, la seconda insipiente. Si conclude che i buoni non debbono in nessun caso mentire.
Mentire per evitare mali peggiori.
9. 12. A questo punto la questione della menzogna potrebbe dirsi esaminata e risolta da entrambi i lati, ma la conclusione non deve trarsi con faciloneria. Occorre ascoltare quei tali che dicono non esserci azione così cattiva che non si possa commettere per evitare un male peggiore: e fra queste azioni umane sono da annoverarsi non solo gli atti che gli uomini compiono ma anche quelli che subiscono condiscendendovi. Ci si chiede, ad esempio, se non sia un motivo valido per cui il cristiano possa offrire incenso agli idoli quello di non consentire allo stupro che il persecutore gli minaccia in caso di rifiuto. Alla pari sembra [loro] lecito domandarsi se non sia lecito mentire per evitare la stessa infame sconcezza. Dicono costoro che il consenso prestato nell’offrire incenso agli idoli piuttosto che subire lo stupro non è una passione ma un semplice gesto : per non fare quella sconcezza ecco che uno preferisce offrire l’incenso. Ebbene, con quanto maggiore facilità non avrebbe dovuto scegliere la bugia se con essa gli fosse stato possibile sottrarre il corpo ad una oscenità così mostruosa?
Si critica questa argomentazione.
9. 13. Riguardo a questa argomentazione si possono fare diverse domande. E cioè: se un tale consenso può essere preso come un [semplice] fatto; se si può parlare di consenso dove non ci sia anche l’approvazione; se sia un’approvazione dire: «È meglio subire questo [male] che fare quest’altro»; se abbia agito bene colui che per non subire lo s