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"Ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita ... noi lo annunziamo anche a voi".(1 Gv 1, 1.3)
ITINERARIO di SPIRITUALITA' CONIUGALE - Vivere e costruire l'amore
27 ottobre 2009
Fecondità sociale
La coppia e la famiglia, uscendo dal guscio della propria vita privata, devono assumere un ruolo di piena responsabilità anche dal punto di vista sociale, culturale e politico.
Esse devono divenire segno di Speranza, spazio nuovo di relazione e di incontro, dinamica sempre aperta di confronto tra storia e trascendenza, tra divino e umano.
Mi sembra che l'ambito più tipicamente familiare del servizio, quello in cui la famiglia può esercitare una propria e inalienabile soggettività, è senza dubbio l'ambito della vita. Non si tratta di salvaguardare soltanto la vita non nata, ma di accompagnare la vita, servendola, in tutte le fasi del suo sviluppo, fino al suo declino. In un tempo in cui si valorizza solo quanto è produttivo, è più che mai importante considerare come un segnale forte di cultura alternativa sia una più adeguata considerazione della vita nascente che della condizione anziana. La nostra società, in special modo, sembra rifiutare il concetto di invecchiamento.
La coppia cristiana è tenuta a farsi carico di questa realtà, ad accogliere la vita non voluta, difficile, ingrata: questo è uno dei segni della santità della coppia. La solidarietà e il servizio non scaturiscono dall'attivismo misurato dall'efficienza ma da una reale capacità di condivisione.
La parabola del Buon Samaritano (Lc 10, 30-37) ci aiuta a comprendere che Gesù è venuto per servire (Lc 22,27), di conseguenza come suoi discepoli non possiamo nutrire sentimenti di ambizione e di grandezza, ma dobbiamo essere disposti a giocare la nostra vita nella relazione e donazione.
Carità significa farsi prossimi dell'altro in ragione del suo esserci e del suo bisogno. Questo farsi prossimo di ogni uomo nella carità è via della vita. L'insegnamento di Gesù prende l'avvio dall'interrogativo: "Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?" (Lc 10,25). Si conclude con l'imperativo: "Va e anche tu fa lo stesso" (Lc 10,37).
Ritengo che questa universalità e prossimità dell'amore secondo il vangelo, che porta a scorgere in ogni uomo il prossimo e farsi prossimo, è alla base del riconoscersi coppia e famiglia cristiana.
Educatori al modo di Dio
Essere genitori si rivela come un compito altamente drammatico e di piena responsabilità.
Educare significa, etimologicamente, tirare fuori, estrarre dalla persona le sue potenzialità nascoste, creare le condizioni giuste perché la persona o il figlio coltivi interessi, idee e valori.
L'educazione procede in doppio senso di marcia, ciascuno educando l'altro educa se stesso. Genitori e figli costruiscono verità camminando insieme. È l'esperienza di Abramo e Isacco, quando vanno verso il monte Moria. Padre e figlio sono ormai soli. Ambedue cercano la verità, non in solitudine, ma rivelandosi l'uno all'altro: "Padre mio" disse Isacco, Abramo rispose: "Eccomi, figlio mio". La verità annunciata era da ricercare, e questa verità non poteva che essere indicata: "Figlio mio, dobbiamo andare in questa direzione! La verità ci aspetta sul monte, dobbiamo salire su di esso!". Abramo e Isacco salgono sul monte e diventano obbedienti alla verità: "Dio stesso provvederà".
Educare per il cristiano significa confrontarsi principalmente con l'azione educativa di Dio. Dio ha sempre manifestato fiducia nell'uomo e nelle sue potenzialità nonostante la resistenza, la ribellione e i volta-faccia di quest'ultimo. Dio agisce con pazienza ma senza rinunciare alla sua energia. Il suo rimproverare non è buttare in faccia le colpe ma è smascherare le certezze, smontare le ragioni fasulle. Un'educazione realistica esige anche l'intervento correttivo: bisogna aver il coraggio della verità, pur rispettando la gradualità. La richiesta di crescita e di maturazione non è mai esorbitante o eccessiva, ma neppure troppo blanda, tale da non costituire un vero e proprio passo in avanti. La progettualità, infine, non significa far entrare tutto in uno schema rigido, ma aver il senso del fine e delle mete intermedie.
Infine, il giorno in cui i genitori hanno celebrato il sacramento del loro matrimonio e successivamente hanno portato al fonte battesimale il proprio figlio per chiedere alla Chiesa il dono del battesimo, si sono impegnati a educare nella fede i figli. I genitori non possono essere assenti nell'itinerario di fede proposto ai loro figli! Si può affermare che nella vita dei genitori ci sia una vocazione permanente: l'impegno di una fecondità che non si esaurisce nel mettere al mondo dei figli, ma nel far maturare in loro, con parole ed esempio, quella vita che fa essere figli di Dio. Quest'ultimo affida ai genitori il compito del primo annuncio del vangelo. Essi in questo senso vanno a compiere verso i figli un vero e proprio Magistero della Parola fungendo da primi annunciatori ed evangelizzatori.
Essere porta: segno distintivo della coppia cristiana
La porta preserva l'intimità, fa da scudo alle molte intemperie, protegge, ma lascia anche entrare, accoglie.
Marito e moglie, se vogliono effettivamente essere nella comunità cristiana segno dell'amore di Cristo per la sua Chiesa, devono "essere porta", e questo avviene solo in un duplice orizzonte di crescita.
Prima di tutto devono crescere nel loro amore, in un reciproco e totale dono di sé. È veramente importante che la coppia trovi spazio, tempo e desiderio per una condivisione profonda.
È necessario per coppia e famiglia utilizzare al meglio momenti già esistenti che hanno perso, nel tempo, la loro caratteristica di essere occasioni di condivisione: sedersi attorno alla tavola ha già in sé un significato molto forte, vuol dire prendere tempo per sé. Nei vangeli Gesù viene presentato seduto a tavola a condividere il pasto con i suoi amici ed è proprio attorno alla tavola che Gesù istituisce quel gesto che permetterà ai suoi amici di averlo sempre con loro. Attorno alla tavola ci si siede poi per condividere il cibo. La famiglia che si raduna attorno alla tavola è un po' il pane dato dai genitori ai figli, è un po' il proprio corpo e il proprio sangue: è la vita donata a loro, la vita fisica e i mezzi per viverla e la vita spirituale come "primi maestri della vita". È partecipazione alle gioie e alle pene, alle difficoltà e alle preoccupazioni, perché ogni giorno porta con sé la sua pena. È un dare e ricevere fra genitori e figli, dove nessuno mai "scomunica" l'altro, ma ne ricerca la comunione più piena.
Allora, ed ecco il secondo passo, questacomunione apre la porta anche ad una condivisione più ampia. La famiglia cristiana diviene segno di speranza, spazio nuovo di relazione e di incontro. La speranza non può essere in alcun modo un'evasione, una fuga altrove: essa è penetrazione, immersione piena, decisa e paziente nel solco dell'esistenza. La Gaudium et Spes ci ammonisce in tal senso: "le gioie e le speranze. Le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore...".
Questa via della speranza ha i tratti della partecipazione e della condivisione, della sofferenza per gli ultimi, della dedizione del dono, della misericordia e del perdono, della riconciliazione della pace. Ha i tratti di una porta, attraverso la quale è possibile passare perattingere l'esperienza dell'amore di Dio per gli uomini, vivo nel sacramento del matrimonio, e dalla quale la famiglia si affaccia per essere rinnovata testimone del mistero dell'incarnazione, del "farsi carico" fraterno in Dio per la salvezza di tutti.
Liberamente tratto da L. Tosoni, Vivere e costruire l'amore. Itinerario di spiritualità coniugale, Ed. La Piccola, Celleno (VT) 2001
Mistero nuziale
27 ottobre 2009
Mistero nuziale
Apertura alla relazione
Secondo il libro della Genesi, l’uomo e la donna costituiscono un’unità nella comune umanità.[1]
È un’unità di due: “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò” (Gen 1,27). È da sottolineare il fatto che l’uomo non è l’immagine di Dio, ma ad immagine di Dio, a significare l’abissale distanza ontologica fra il Creatore e la creatura. L’uomo, pertanto, è ad immagine di Dio in quanto a relazione: come in Dio Trinità vi è una mutua circolazione d’amore, così l’uomo non può esistere se non in relazione verticale con Dio e in relazione orizzontale con gli altri.[2]
La persona esiste in sé esistendo nell’Altro. Perciò l’intimo dell’uomo è così intimo che persino egli stesso non riesce ad entrarvi pienamente. Ciò significa che l’uomo è così conosciuto e compreso dall’Altro da non poter conoscere e comprendere se stesso senza essere aiutato da Lui.
Per poter conoscere il proprio essere, l’uomo deve aspettare l’Altro che gli rivelerà la verità del suo essere umano. Fino a tal punto l’uomo è incommunicabilis non solo agli altri uomini, ma anche a se stesso. Il suo essere non si esaurisce negli atti della conoscenza e dell’amore. Quando cerca se stesso, l’uomo viene sempre rimandato all’Altro che è intimior intimo del suo essere. Questo legame con l’Altro, così intimo all’uomo, costituisce il suo essere persona, essere unico e irrepetibile.[3]
[2] Cfr ANGELO SCOLA, Il mistero nuziale vol I - PUL MURSIA - pagg. 32 e 37.
[3] Cfr STANISLAW GRYGIEL, A sua immagine e somiglianza? Il volto dell’uomo alle soglie del 2000 – un approccio bioetico, ALDO MAZZONI/ed:/ CITTA’ NUOVA - pagg. 66 e 67
Unione sponsale: fondamento
Il fondamento del mistero nuziale è costituito dal mistero della Trinità e da quello dell’Incarnazione. Nella Trinità si ha la completezza della comunione interpersonale in quanto unità di natura e trinità di persone, Padre, Figlio e Spirito Santo, che vivono in intima relazione di comunione.
Nell’Incarnazione Gesù Cristo ha costituito una nuova e definitiva relazione fra Dio e l’uomo. Cristo stesso costituisce il luogo dell’incontro tra Dio e l’umanità e il fondamento della nuova sponsalità, per mezzo dell’unione ipostatica, cioè della congiunzione delle due nature in Cristo.
Riconoscere nell’unità trinitaria e nell’unione ipostatica i fondamenti ultimi dell’unità duale dell’uomo-donna significa riconoscere che quando l’uomo e la donna costituiscono una carne sola, l’una caro, si esprime la volontà salvifica di Dio. Per questo l’uomo non può separare ciò che Dio ha congiunto. “Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi” (Mt 19,6).
L’indissolubilità del matrimonio costituisce il nucleo centrale del rapporto uomo-donna e richiama la fedeltà di Cristo sposo alla Chiesa sposa, una fedeltà indissolubile, sancita con il sangue sulla croce.
Nella nuzialità di Cristo verso la Chiesa e, viceversa, della Chiesa verso Cristo trova il fondamento sia la vocazione matrimoniale sia anche quella verginale, perché inizia una nuova fecondità, quella per il Regno, nella dedizione assoluta per il Cristo, Sposo dell’anima.
In Maria queste due vocazioni, quella sponsale e quella verginale della donna, si uniscono a formare il prototipo della Chiesa, madre vergine di innumerevoli figli. Il sì di Maria ha permesso la realizzazione della salvezza nella pienezza del tempo, nel kairos, e ha consentito l’incarnazione del Figlio, cosicché tutti gli uomini divenissero figli di Dio attraverso il Figlio Unigenito.
Unità dei due
I padri sinodali nell'assemblea dell'ottobre 1987 hanno auspicato che venissero approfonditi i fondamenti antropologici e teologici necessari a risolvere i problemi relativi al significato e alla dignità dell'essere donna e dell'essere uomo[1].
Ha così avuto origine uno studio sul mistero nuziale che ha messo in luce come il Creatore ha voluto che l'essere umano sia a sua immagine e somiglianza e che esista solo e sempre come femmina e come maschio. L'uomo non può esistere solo; può esistere soltanto come unità dei due e dunque in relazione ad un'altra persona umana[2].
Nessun uomo, nessuna donna può esaurire unicamente in sé tutto l'uomo perché ha sempre davanti a sé l'altro modo di essere. Nella relazione l'uomo e la donna crescono trascendendosi nella scoperta del differente da sé. Essere persona ad immagine e somiglianza di Dio, comporta, quindi, anche un esistere in relazione, in rapporto all'altro io[3].
Il rapporto tra maschile e femminile è contemporaneamente un rapporto di identità e di differenza. Uomo e donna hanno pari dignità ontologica, ma dualità dei sessi. Questa dualità fa sì che i due si ritrovino donandosi reciprocamente.
Nel dono di sé l'uomo e la donna esprimono il significato sponsale del corpo. Per analogia, si può parlare, allora del dono di sé che avviene nella Trinità, per cui gli sposi diventano imago Dei, ed imago Trinitatis, immagine cioè di Dio, Uno e Trino.
La sessualità umana, parte integrante dell'imago Dei, stabilisce una radicale differenziazione dalla sessualità animale. Rimangono nessi bioistintuali, ma nell'uomo la sessualità esprime la persona, per cui ogni attentato alla dignità del corpo è un attentato contro la dignità della persona. Per capire chi è l'uomo è necessario capire il suo legame intimo con Dio Creatore.
Prima di addentrarci nel tema di questo incontro, che vuole riflettere sul rapporto tra diaconato permanente e pastorale della famiglia oggi, ritengo utile fare delle considerazioni preliminari sul diaconato permanente e sulla pastorale della famiglia.
Innanzitutto sul diaconato permanente. Non entriamo qui nella questione teologica, ancora aperta, circa la sacramentalità del diaconato come terzo grado dell’ordine sacro. Diciamo soltanto che appare ampiamente maggioritaria la tesi teologica a favore della sacramentalità del diaconato nell’opinione dei teologi dal XII secolo fino ad oggi e che la medesima è presupposta nella prassi della Chiesa e nel maggior numero di documenti del Magistero. Restano tuttora aperti, però, non pochi problemi sul grado normativo degli interventi del Concilio di Trento e del Concilio Vaticano II in relazione al suo carattere sacramentale, sull’unità e unicità del sacramento dell’ordine nei suoi diversi gradi, sulla dottrina del carattere da esso conferito e la configurazione a Cristo servo, sui poteri che conferisce[1]. Come si sa, mentre nelle Chiese orientali ha conservato la sua funzione, nella Chiesa latina, dopo i primi secoli di forte sviluppo, il diaconato permanente ha subito un graduale ridimensionamento fino alla sua scomparsa nel Medioevo, divenendo un grado transitorio per l’accesso a quelli superiori: presbiterato ed episcopato. Il Concilio Vaticano II lo ha ripristinato «come grado proprio e permanente della gerarchia» nella Chiesa latina (LG 29), per tre ragioni fondamentali. La prima è di ordine teologico, in quanto «permette di riconoscere gli elementi costitutivi della sacra gerarchia voluta da Dio»[2]. Si legge in LG 28: «il ministero divinamente istituito viene esercitato in ordini da coloro che già in antico vengono chiamati vescovi, presbiteri, diaconi».La seconda ragione è di ordine pastorale: l’istituzione dei diaconi permanenti è «per la cura delle anime» (LG 29). Nel dibattito durante il Concilio questa ragione legata anche alla penuria di preti è stata molto presente. Infine, si dà una terza ragione de facto: «è bene infatti che gli uomini, che esercitano un ministero veramente diaconale, o perché come catechisti predicano la parola di Dio, o perché a nome del parroco e del vescovo governano comunità cristiane lontane, o perché esercitano la carità attraverso le opere sociali e caritative, siano fortificati per mezzo dell’imposizione delle mani, trasmessa dal tempo degli Apostoli, e siano più strettamente uniti all’altare, per poter esplicare più fruttuosamente il loro ministero con l’aiuto della grazia sacramentale del diaconato» (AG 16). Resta, tuttavia, che il diaconato è «non per il sacerdozio, ma per il servizio», come ribadisce LG 29. Affermazione questa che il Concilio comunque non spiega e che richiederebbeun approfondimento dei concetti di sacerdotium e di ministerium[3].
Pur non avendo voluto dirimere con dichiarazioni dogmatiche nessuna questione discussa nell’aula conciliare, il Concilio Vaticano II ha voluto ripristinare il diaconato permanente. Pertanto quella del diaconato resta una «quaestio disputata», che tuttavia ha dei punti fermi da cui partire per la riflessione teologica e l’esercizio pastorale del ministero nella comunità ecclesiale. I punti certi sono i seguenti: sacramentalità del diaconato secondo il terzo grado dell’ordine sacro, dopo l’episcopato e il presbiterato; unità del sacramento dell’ordine nei suoi distinti gradi, che conferisce la partecipazione al triplice munus di Cristo (annuncio, celebrazione e carità); collaborazione con il vescovo e con i presbiteri nell’esercizio del ministero. Il diacono perciò fa parte della gerarchia della Chiesa, non è laico, pur essendo sposato, ed ha una funzione di mediazione (mediusordo) tra il clero e i laici, tra la Chiesa e il mondo, tra il culto e la vita ordinaria. Tuttavia la sua considerazione nella Chiesa deve muoversi innanzitutto nella linea dell’essere e non del fare: la sua spiritualità e il suo servizio hanno la loro sorgente nella configurazione a Cristo-Servo.
Considerazioni preliminari le dobbiamo fare anche a proposito della pastorale della famiglia. Data come premessa generale che la pastorale non è pura prassi, un fare per gli altri, ma un servizio che affonda le sue radici nella teologia e spiritualità della vita cristiana e che, a sua volta, nutre e rivitalizza continuamente queste radici; che essa rientra nella imitatioChristi, buon Pastore, e dunque nella fede come rapporto stabile di amore con il Redentore; premesso anche che il soggetto umano della pastorale è la Chiesa, corpo di Cristo animato dallo Spirito Santo, e Sposa del Signore, si comprende molto bene come anche la pastorale familiare sia da inquadrare entro un rapporto mistico con Cristo. Anzi, la vocazione della pastorale della famiglia nella missione della Chiesa è proprio quella di ricordare a tutti i cristiani che la dimensione fondamentale della vita ecclesiale è quella mistica. E la mistica è sempre sponsale. Questa è la ragione per cui l’espressione “pastorale della famiglia” è da intendersi innanzitutto come genitivo soggettivo: la famiglia è soggetto pastorale e nella pastorale introduce il mistero di cui è depositaria: la sponsalità (nell’azione pastorale la Chiesa è infatti chiamata ad esprimere e concretizzare il suo amore per lo Sposo), quindi la comunione delle persone (il primo fine pastorale non è quello di programmare e compiere iniziative ma quello di impiantare ed edificare la comunità). Da questa prima considerazione ne viene che un’interpretazione pragmatica e funzionale della pastorale non può che essere riduttiva e fuorviante: il valore dell’amore non si misura dall’efficientismo, dall’attivismo, ma dal dono: l’amore è misura di se stesso. Ma la famiglia è anche oggetto della pastorale, non solo nel senso di destinataria, ma anche nel senso di contenuto e metodo della pastorale e della stessa vita cristiana. La famiglia è contenuto della vita cristiana, perché essa è di per sé bella notizia. Ed è anche metodo, via che la Chiesa deve percorrere se vuole incontrare l’uomo e portargli la novità di Cristo[4]. Ciò porta a dire che la famiglia edifica la Chiesa diventando sempre più ciò che è[5]. Dunque il fine della pastorale familiare è avere famiglie cristiane, non famiglie attiviste; famiglie che portino il loro carisma nella Chiesa edificandola come comunità di persone, cioè famiglia fondata non più su vincoli di sangue, ma su vincoli di fede, grazie ai quali si diventa al contempo «familiari di Dio» e fratelli e sorelle in Cristo (cfr. Ef 2,19-22). Dunque la connotazione “familiare” della pastorale ordinaria della Chiesa indica il fine primario della stessa pastorale: fare della Chiesa una famiglia in cui accogliere quanti arrivano alla fede mediante un annuncio profetico e coraggioso.
Fatte queste considerazioni preliminari, che comunque tracciano già le coorditate essenziali del nostro discorso, entriamo nel cuore del nostro argomento.
Diciamo subito che nei documenti del Magistero sono piuttosto scarsi gli interventi che toccano il rapporto e la presenza dei diaconi nella pastorale della famiglia, e quando questi ci sono, si tratta di semplici mensioni. Familiaris consortio al n. 73 esorta: «I vescovi si valgano in modo particolare dei presbiteri, il cui compito – come ha espressamente sottolineato il sinodo – costituisce parte essenziale del ministero della Chiesa verso il matrimonio e la famiglia. Lo stesso si dica di quei diaconi, ai quali eventualmente venga affidata la cura di questo settore pastorale. La loro responsabilità si estende non solo ai problemi morali e liturgici, ma anche a quelli di carattere personale e sociale. Essi devono sostenere la famiglia nelle sue difficoltà e sofferenze, affiancandosi ai membri di essa, aiutandoli a vedere la loro vita alla luce del vangelo (…). Tempestivamente e seriamente preparati a tale apostolato, il sacerdote o il diacono devono comportarsi costantemente, nei riguardi delle famiglie, come padre, fratello, pastore e maestro, aiutandole coi sussidi della grazia e illuminandole con la luce della verità». Il diacono qui viene presentato nelle sue prerogative pensate però in relazione a quelle del presbitero. Lo stesso fa il Direttorio di pastorale familiare con un’aggiunta di non poco conto: «Soprattutto nel caso di diaconi coniugati, può risultare prezioso un esercizio del loro ministero con le famiglie e per le famiglie»[6].
Se la spiritualità e l’identità del diacono risiedono nella configurazione a Cristo-Servo, e tuttavia in lui coesistono il sacramento dell’ordine e il sacramento del matrimonio, è proprio da questa compresenza che si deve partire per delineare il suo rapporto con la pastorale della famiglia. L’ordine e il matrimonio sono due sacramenti che stabiliscono uno statusvitae, una condizione permanente che definisce e specifica l’appartenenza a Cristo: nel caso del diaconato, a Cristo-Servo; nel caso del matrimonio, a Cristo-Sposo. Ed è su questi due elementi che ruota la spiritualità del diacono permanente, e mi riferisco soprattutto a quello sposato, e quindi il suo ministero nella Chiesa.
In primo luogo, prima ancora di parlare del rapporto del diacono con la pastorale familiare, parlerei del suo essere sposato e della sua famiglia. Egli è chiamato a edificare la sua famiglia sul fondamento del matrimonio, a edificare la chiesa domestica. Anzi, poiché avviene dopo il matrimonio, direi che la sua ordinazione diaconale, oltre ad innestarsi sulla consacrazione battesimale, si inserisce sulla consacrazione nuziale. La sua è una spiritualità coniugale che dallacarità coniugale e dal servizio alla propria famiglia muove verso il servizio alla comunità ecclesiale e ai poveri. Paolo raccomanda a Timoteo: «I diaconi non siano sposati che una sola volta, sappiano dirigere bene i propri figli e le proprie famiglie» (1Tm 3,12). Il primo grande servizio che è chiamato a svolgere il diacono è quello di dirigere la propria famiglia nella fede e nell’amore di Dio. Egli è servo, opera «in persona Christi Servi» innanzitutto nella sua famiglia. Il grande servizio che egli è chiamato a dare alla Chiesa è quello di vivere la communio personarum nella sua famiglia ponendo al centro della comunità di vita e di amore della famiglia l’amicizia coniugale, l’intimo e profondo legame di fede con la moglie[7]. Quell’amicizia che Cristo è venuto a portare facendo propria la nostra condizione di servi: «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi» (Gv 15, 15). Amicizia motivata e alimentata dalla confidenza circa le cose del Padre, ossia dall’intima comunicazione spirituale che dà profondità all’unità della coppia fino a renderla «una caro», segno vivente dell’unione di Cristo ad ogni uomo con l’incarnazione[8].
Volendo tracciare un breve profilo pastorale del diacono permanente, direi che il suo servizio, sulla scia della stessa spiritualità, debba muoversi a partire dai due sacramenti che in lui, se sposato, si incontrano: matrimonio e ordine. Nella sua persona questi due sacramenti possono diventare un forte e significativo richiamo per i presbiteri e i vescovi a considerarli come fondamentali pilastri di una pastorale tesa a costruire e consolidare comunità ecclesiali. Ciascuno portando il dono di grazia che contiene e mettendolo a servizio di tutta la comunità, sviluppando la consapevolezza che non c’è chiesa senza uno di questi sacramenti. Essi devono non solo coesistere ma integrarsi da un punto di vista spirituale e pastorale. Con la precisazione che, se sposato, non si può parlare del diacono permanente come di un singolo, ma si deve parlare della coppia e della famiglia del diacono: è già nella famiglia del diacono sposato che si compie l’integrazione dei due sacramenti. Se infatti il diacono condivide con la moglie il sacramento del matrimonio, è altresì vero, in un certo senso, che anche la moglie e i figli condividono con il marito e il padre il servizio diaconale: sono la coppia e la famiglia che maturano il matrimonio come servizio, e come servizio permanente. Dimensione questa che è certamente già presente nel matrimonio, ma che viene ulteriormente rafforzata dalla presenza del sacramento dell’ordine nel terzo grado. Da questo punto di vista, è tutta la famiglia del diacono ad essere un dono per la Chiesa.
In concreto, essendo il diacono sposato e potendo benedire le nozze, il suo servizio trova una prima realizzazione negli itinerari di formazione al matrimonio e alla vita familiare, dando con la moglie un’intonazione vocazionale ed ecclesiale al matrimonio e alla famiglia. A questo aggiungerei il servizio di accompagnamento spirituale di singoli e coppie, anche di quelle in crisi o che vivono in situazioni matrimoniali irregolari, per aiutarle nell’inserimento nella vita ecclesiale e, nel rispetto di quanto affermato dal Magistero, sostenerle in un vero cammino di fede. La nuova povertà emergente in questi ultimi decenni è infatti rappresentata dalle crisi familiari, dalle separazioni e dai divorzi: è al servizio di questi nuovi poveri che la famiglia del diacono permanente deve porsi a imitazione del Cristo-Servo. Sarebbe auspicabile la presenza di una “famiglia diaconale” (sottolineo le virgolette, perché sul piano teologico non ci sono dubbi che è il marito che riceve l’ordine sacro, tuttavia è la famiglia nel suo insieme che è toccata e segnata dalla sua grazia) negli organismi di pastorale familiare, dalla Commissione regionale per la pastorale familiare agli Uffici e Consulte diocesani. Ma non sono da dimenticare neppure le altre povertà che sono sempre a carico della famiglia e che riguardano l’infanzia, i malati e gli anziani. Infine, un servizio tanto necessario quanto urgente, che travalica i confini familiari ed ecclesiali, è definito dall’impegno sociale, culturale e politico a favore delle famiglie.
[1] Cfr. COMMISSIONE TEOLOGICA INTERNAZIONALE,Il Diaconato: evoluzione e prospettive, tr. it., Libreria Editrice Vaticana (Città del Vaticano 2003) 74-75. Il documento offre una ricognizione storico-teologica sul diaconato e una puntuale presentazione dello status quaestionis del dibattito teologico con l’indicazione di alcune prospettive per il futuro.
[4] Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Lettera alle famiglie Gratissimam sane, 2 febbraio 1994, 2.
[5] ID., Lett. ap. Familiaris consortio, 22 novembre 1981, 17: «Ogni famiglia scopre e trova in se stessa l’appello insopprimibile, che definisce ad un tempo la sua dignità e la sua responsabilità: famiglia, “diventa” ciò che “sei”!».
[6] CEI, Direttorio di pastorale familiare per la Chiesa in Italia, Roma 1993, n.261.
[7] Cfr. CONC. VAT. II, Cost. Past. Gaudium et spes, 49. Si veda anche : L. SANTORSOLA, Amicizia coniugale. Anima della coppia e della famiglia, Effatà Editrice (Cantalupa 2003).
[8] Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Lett. enc. Redemptor hominis, 4 marzo 1979, 13.
LA PREGHIERA NELLA SPIRITUALITA' FAMILIARE
11 agosto 2009
La preghiera nella spiritualità familiare
di Don Alfredo M. Morselli
Tratto da http://sanlorenzo.dataport.it/Pregaresempre/spiritualita_familiare.htm
L'argomento di questo scritto è la preghiera, in particolare la preghiera nella famiglia, la preghiera e la vita familiare.
Quando si deve parlare della preghiera, pur con tante cose che ci sarebbero da dire su questo argomento - pensate a tutti i trattati sulla vita di orazione, gli innumerevoli passi della S.Scrittura etc. - è opportuno ricominciare sempre da quello che diceva S. ALFONSO "Chi prega, certamente si salva; chi non prega certamente si danna. Tutti i beati, eccettuati i bambini, si sono salvati col pregare. Tutti i dannati si sono perduti per non pregare; se pregavano non si sarebbero perduti. E questa è, e sarà la loro maggiore disperazione nell'inferno, l'aversi potuto salvare con tanta facilità, quant'era il domandare a Dio le di lui grazie, ed ora non essere i miseri più a tempo di domandarle" ( S. ALFONSO M. de' LIGUORI, Del gran mezzo della preghiera, cap I conclusione).
L'importanza di questa lapidaria frase di S. ALFONSO è stata rilevata anche da Giovanni Paolo II, il quale, nell'ultimo documento ufficiale dedicato a questo santo, redatto in occasione del secondo centenario della sua morte (1787-1987), dovendo scegliere alcune frasi particolarmente significative del santo dottore, non ha indugiato a ripetere "Solo chi prega si salva, chi non prega si danna".
Si capisce bene come queste parole siano profondamente vere: per salvarci dobbiamo compiere le buone opere, per compiere le buone opere abbiamo bisogno della grazia ("Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla" Gv 15,5), per ottenere la grazia, -sebbene esista la "grazia preveniente"- dobbiamo chiederla. Quindi niente preghiere => niente grazia, niente grazia => niente buone opere, niente buone opere => niente salvezza.
Il discorso è chiaro: chi prega si salva, chi non prega si danna.
Il diavolo sa benissimo questa regola; e siccome vuole perderci, contrariamente a Dio che "vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità" (1 Tim 2,4.) , il diavolo vuole ingannarci tutti e vuole che tutti gli uomini si dannino; egli svolge quindi nei nostri confronti una invisibile e terribile lotta perché non preghiamo:
a) lotta invisibile: mentre ci accorgiamo di altri tipi di tentazioni (p. es. contro la purezza), la tentazione di non pregare è particolarmente subdola, quasi insensibile, abilmente celata nell'accidia, nell'inerzia, nell'ansia - "quante cose devo fare…" NO! NO! non quante cose… UNA COSA DEVI FARE! UNA COSA É NECESSARIA: ricordiamo le parole di Gesù a S. Marta...
"Ma Gesù le rispose: - Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta -" (Lc 10, 41-42)
... e ancora quanto ci riporta S. Matteo:
"Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un'ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà gia le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena." (Mt 6, 25-34)
b) lotta terribile, senza esclusione di colpi, per farci dimenticare l'essenziale: ascoltiamo queste parole di Gesù, tratte dal Vangelo di S. Luca:
"…metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome. Questo vi darà occasione di render testimonianza. Mettetevi bene in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò lingua e sapienza, a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere, né controbattere. Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e metteranno a morte alcuni di voi; sarete odiati da tutti per causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo perirà. Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime." (Lc 21,12-19)
S. AMBROGIO interpreta in senso spirituale questo passo:
"Si legge "Non regni più il peccato nel vostro corpo mortale" (Rm. 6,12). Vedi davanti a quali re sei posto o uomo? Se fai regnare in te la colpa sottostarai al re-peccato. Quanti sono i peccati, quanti sono i vizi, altrettanti sono i re. Davanti a questi noi siamo trascinati e avanti a questi noi siamo posti. Anche questi re hanno un loro tribunale nello spirito di moltissimi. Ma se uno confessa Cristo, fa subito prigioniero quel re, lo atterra da trono della propria anima. Infatti, come potrebbe restare il tribunale del diavolo in colui nel quale è eretto il tribunale di Cristo?". (Commento sul salmo 118, (Disc. 20, 47-50; CSEL 62, 467-469); cit. dal IV volume della Liturgia delle Ore, p. 1371.)
Quindi non solo siamo condotti ogni giorno davanti a re e tribunali umani (questa è una grazia particolare non concessa a tutti), ma tutti ogni momento siamo trascinati davanti al tribunale del diavolo, dove ci attende la prova della testimonianza della nostra fede. Il Vangelo ci consola: "Mettetevi bene in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò lingua e sapienza, a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere, né controbattere (…) nemmeno un capello del vostro capo perirà", ma ci presenta la drammaticità e la serietà di questo combattimento spirituale: "sarete odiati da tutti per causa del mio nome"; la vittoria è certa, ma ad una condizione: la perseveranza: "Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime".
Tornando alle tentazioni sulla preghiera, sappiamo che ogni momento siamo trascinati davanti al diavolo che usa tutti i mezzi per non farci pregare: e noi sappiamo che con la perseveranza nella preghiera salveremo le nostre anime.
Ma ora vediamo come praticamente possiamo impostare una buona vita di preghiera familiare: sapete che l'essere componente di una famiglia è un modo di essere non accidentale; i membri di una famiglia sono "una cosa sola", "sangue dello stesso sangue", "ossa delle stesse ossa"; esiste, fondatissima "in re", una spiritualità familiare che non è la semplice "somma" delle preghiere dei singoli.
Infatti, secondo S. Tommaso, la famiglia è la massima forma di unità possibile nell'ambito delle creature: ("maximum quid in genere conjunctionis" cfr. S.Theol. Suppl. q. 44 a. 1 c.; a. 2 ad 3.). In conseguenza di ciò, la preghiera in famiglia deve essere il particolare respiro spirituale della massima forma di unità possibile nell'ambito delle creature.
Solo l'unità propria della SS. Trinità (massima unione increata) e quella tra Cristo e la Chiesa (e ogni singola anima per mezzo della grazia, come partecipazione di questa unione - massima unione tra increato e creato) è maggiore dell'unità della famiglia.
Ad eccezione delle unioni suddette, non ne esistono di maggiori della famiglia; e siccome ogni operazione dipende dal soggetto che opera, anche la vita spirituale propria della familgia deve essere necessariamente la vita spirituale della "massima forma di unità possibile"
Ciò può realizzarsi anche se i membri di una famiglia sono spiritualmente distanti: pensiamo, per es. ad un medico che deve assentarsi da casa il sabato e la domenica: questi offre a Dio la sua azione, con purezza d'intenzione: la moglie offre a Dio il sacrificio della solitudine, in unione all'intenzione del marito; questa intenzione congiunta è veramente "familiare", veramente una espressione del "maximum quid in genere conjunctionis".
Perché ciò si realizzi, dobbiamo servirci degli opportuni mezzi: S. Tommaso osserva che "questi principi non sono proporzionati alla ragione umana, secondo la condizione dell'uomo viatore, e la ragione è solita comprendere attraverso cose sensibili questi stessi principi; pertanto è necessario che sia condotta come per mano alla loro cognizione attraverso realtà analoghe sensibili"(cfr. In I Sent., prol. q. 1, a. 5 c.).
L'uomo, data la sua natura anche corporea, è condotto quasi per mano a realtà invisibili attraverso cose sensibili. Se questo è vero per realtà naturali, a maggior raginone è più necessario per vivere un'unità spirituale di ordine soprannaturale.
Quindi è necessaria:
a) una vita spirituale di famiglia, proporzionata alla "massima forma di unità possibile"
b) una vita spirituale di famiglia comprendente anche manifestazioni esterne di preghiera comune, per essere condotti attraverso realtà analoghe sensibili alla cognizione della misteriosa unità soprannaturale nella quale la famiglia è costituita.
Vorrei presentare ora i suggerimenti che il padre R. PLUS S.J. offre nella sua preziosa opera Come pregare sempre, corredati di alcune osservazioni per facilitare l'applicazione degli stessi consigli alla spiritualità familiare. Abbiamo visto fino ad ora l'assoluta necessità della preghiera, la drammaticità della fedeltà alla preghiera, la necessità dell'armonizzare la nostra vita di preghiera alla natura della famiglia; ora vediamo come concretamente possiamo fare.
Il Padre PLUS ci propone tre regole pratiche fondamentali:
I.Tutti i giorni un po' di preghiera
II.Un po' di preghiera per tutto il giorno
III.Trasformare tutto in preghiera
I. Tutti i giorni un po' di preghiera
Vedremo in seguito come far sì che ogni azione diventi preghiera: ma devo dire che pretendere di trasformare tutto in preghiera o ritenere di aver pregato agendo senza dedicare un certo lasso di tempo alla preghiera propriamente detta è un'illusione diabolica. Gesù ha dato un ben altro esempio: chi più di lui ha potuto agire con intenzione pura, agendo e pregando nello stesso tempo? Ma i Vangeli ci descrivono un Gesù che passava le notti in orazione…
Come una casa è riscaldata perché ci sono i radiatori, e i radiatori sono caldi perché nel bruciatore c'é il fuoco (massimo calore), come il calore si irradia a partire dal fuoco e si diffonde per la casa, così tutta la giornata può essere di preghiera se c'é un momento irradiante . S. Tommaso spiega da par suo questo concetto con la sua solita perfetta sintesi: "Ciò che è primo in un certo ordine è causa di tutto ciò che consegue nel medesimo ordine" ("Cum primum in quolibet ordine sit causa eorum quae consequuntur"; S. Theol., I, q. 105, a. 3, c.).
Così ci deve essere un momento di massima preghiera attuale, perché ne consegua una vita trasformata in preghiera.
Si può quantificare questo momento? Sebbene nella vita spirituale non esistano "ricette" e ognuno debba sempre lasciarsi guidare dallo Spirito, è doveroso tuttavia considerare quanto raccomandano i Pontefici.
Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio, n° 59:
"La preghiera familiare ha le sue caratteristiche. É una preghiera fatta in comune, marito e maglie insieme, genitori e figli insieme. La comunione nella preghiera è, ad un tempo, frutto ed esigenza di quella comunione che viene donata dai sacramenti del battesimo e del matrimonio. Ai membri della famiglia cristiana si possono applicare in modo particolare le parole con le quali il Signore Gesù promette la sua presenza. "In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro" (Mt 18,19 ssqq).
Ibidem: Preghiera ed educazione:
"Elemento fondamentale e insostituibile nell'educazione alla preghiera è l'esempio concreto, la testimonianza viva dei genitori: solo pregando insieme con i figli, il padre e la madre, mentre portano a compimento il proprio sacerdozio regale, scendono in profondità nel cuore dei figli, lasciando tracce che i successivi eventi della vita non riusciranno a cancellare. Riascoltiamo l'appello che Paolo VI ha rivolto ai genitori: "Mamme, le insegnate ai vostri bambini le preghiere del cristiano? Li preparate in consonanza con i Sacerdoti, i vostri figli ai sacramenti della prima età: confessione, comunione, cresima? Li abituate, se ammalati a pensare a Cristo sofferente? A invocare l'aiuto della Madonna e dei Santi? Lo dite il Rosario in famiglia? E voi, Papà, sapete pregare con i vostri figliuoli, con tutta la comunità domestica, almeno qualche volta? L'esempio vostro, nella rettitudine del pensiero e dell'azione, suffragato da qualche preghiera comune, vale una lezione di vita, vale un atto di culto di singolare merito; portate così la pace nelle pareti domestiche: "Pax huic domui!". Ricordate: così costruite la Chiesa!" (Discorso all’Udienza generale (11 agosto 1976): Insegnamenti di Paolo VI, XIV (1976), 640.)".
Ibidem, n° 61: quali pratiche?
"Per preparare e prolungare nella casa il culto celebrato nella Chiesa, la famiglia cristiana ricorre alla preghiera privata, che presenta una grande varietà di forme (…) Oltre alle preghiere del mattino e della sera, sono espressamente da consigliare, seguendo anche le indicazioni dei Padri Sinodali: la lettura e la meditazione della parola di Dio, la preparazione ai sacramenti, la devozione e la consacrazione al Cuore di Gesù, le varie forme di culto alla Vergine santissima, la benedizione della mensa, l'osservanza della pietà popolare.
Nel rispetto della libertà dei figli di Dio, la Chiesa ha proposto e continua a proporre ai fedeli alcune pratiche di pietà con una particolare sollecitudine ed insistenza. tra queste è da ricordare la recita del Rosario: "Vogliamo ora, in continuità con i nostri Predecessori, raccomandare vivamente la recita del santo Rosario in famiglia… Non v'é dubbio che la Corona della beata Vergine Maria sia da ritenere come una delle più eccellenti ed efficaci preghiere in comune, che la famigli cristiana è invitata a recitare. Noi amiamo, infatti, pensare e vivamente auspichiamo che, quando l'incontro familiare diventa tempo di preghiera, il Rosario ne sia espressione frequente e gradita" (PAOLO PP. VI, Esort. Ap. Marialis cultus, 52-54: AAS 66 (1974), 164 s.). Così l'autentica devozione mariana, che si esprime nel vincolo sincero e nella generosa sequela degli atteggiamenti spirituali della Vergine Santissima, costituisce uno strumento privilegiato per alimentare la comunione d'amore della famiglia e per sviluppare la spiritualità coniugale e familiare. Lei, la Madre di Cristo e della Chiesa, è infatti in maniera speciale anche la Madre ella famiglie cristiane, delle Chiese domestiche".
Ibidem, n° 62: preghiera ed impegno quotidiano:
"…la preghiera non rappresenta affatto un'evasione dall'impegno quotidiano, ma costituisce la spinta più forte perché la famiglia cristiana assuma ed assolva in pienezza tutte le sue responsabilità di cellula prima e fondamentale della società umana. In tal senso, l'effettiva partecipazione alla vita e missione della Chiesa nel mondo è proporzionale alla fedeltà e all'intensità della preghiera con la quale la famiglia cristiana si unisce alla Vite feconda, che è Cristo Signore.
Dall'unione vitale con Cristo (…) deriva pure la fecondità della famiglia nel suo specifico servizio di promozione umana, che di per sé non può non portare alla trasformazione del mondo".
Riassumendo brevemente l'insegnamento del Papa, tanti buoni motivi per pregare insieme; tra le preghiere viene raccomandata la recita del Santo Rosario; dalla fedeltà a queste piccole cose dipende la "buona educazione dei figli", la "costruzione della Chiesa" e "la trasformazione del mondo". Capiamo così come ci prendiamo tragicamente in giro se parliamo di nuova Evangelizzazione e poi non adempiamo al dovere della preghiera.
II. Un po' di preghiera per tutto il giorno
Per mantenere lo stato di orazione, il Padre PLUS raccomanda frequenti orazioni giaculatorie (Cuore di Gesù confido in Voi, Gesù mio misericordia, Venga il tuo Regno etc. orazioni brevissime che il cuore suggerisce), le quali intessono tutta la giornata di preghiera, e rendono più facile la purezza di intenzione, che spiegheremo più avanti.
Per ricordare di ripetere queste giaculatorie, sono raccomandabili degli agganci mnemonici: quando si entra o si esce di casa, in particolari momenti del lavoro, quando si sale in auto etc.
Per quanto riguarda questa pratica nella vita familiare, può essere utile adorare la presenza di Dio, che si attua mediante la Grazia, nell'anima dei bambini, specialmente se sono ancora molto piccoli e quindi incapaci di commettere un peccato mortale; ancora è necessario insegnare ai bambini questa pratica, sfruttando tutte le occasioni (es: all'inizio del gioco, dei compiti etc.).
In questo genere di preghiera, sebbene non siano giaculatorie in senso stretto, si possono annoverare le preghiere prima e dopo i pasti: sono preghiere oltremodo "familiari", che arrecano veramente una connotazione di "sacralità" a tutta la nostra giornata.
Ecco ancora alcune considerazioni sulle giaculatorie di S. FRANCESCO DI SALES:
"…come gli innamorati di un amore umano e naturale hanno quasi continuamente i loro pensieri rivolti verso la persona amata, il cuore pieno di affetto verso di essa e la bocca piena delle sue lodi, e quand'essa è lontana non perdono una sola occasione per testimoniare per lettera i loro sentimenti, mentre incidono sulla corteccia degli alberi il loro amato; così coloro che amano Dio non possono stare senza pensare a lui, senza respirare per lui, aspirare a lui e parlare di lui, e vorrebbero, se fosse possibile, scolpire nel cuore di tutti gli uomini il sacrosanto nome di Gesù; tutte le cose sono per loro un invito a fare ciò, e non vi é creatura che non annunzi loro le lodi del beneamato; e, come dice S. Agostino (Enarratio II in Psalmum 26,12), citando S. Antonio (SOCRATES, Historia, IV, 23), tutto ciò che esiste nel mondo parla loro un linguaggio muto ma intelligentissimo, in favore del loro amore; tutte le cose destano in loro buoni pensieri, che danno origine a frequenti slanci ed aspirazioni a Dio." (Introduzione alla vita devota, cap. 13).
II. Trasformare tutto in preghiera
"Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi: «C'era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno. In quella città c'era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario. Per un certo tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno, poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi». E il Signore soggiunse: «Avete udito ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare? Vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?»" (Lc 18, 1-8)
"Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi": da queste parole - in armonia con tutta la S. Scrittura- ricaviamo la presenza di un triplice comandamento sulla preghiera:
I) pregare è necessario II) bisogna pregare sempre
III) bisogna pregare sempre senza stancarsi
Ma qual'é il significato dell'espressione pregare sempre? Certamente non significa pregare in senso stretto 24 ore su 24; questo è impossibile, e Dio non comanda cose impossibili!
Certamente "pregare sempre" non significa pregare per un tempo tale da farci trascurare o non adempiere i nostri doveri. Immaginate un buon marito che torna a casa e non trova niente da mangiare; chiede alla moglie ragione del fatto e si sente rispondere: "Ho pregato tutto il giorno".
"Pregare sempre" significa avere l'intenzione virtuale di pregare sempre: il contenuto questa intenzione virtuale è ben spiegato da S. IGNAZIO DI LOYOLA, quando ci dice di chiedere a Dio "che tutte le nostre azioni, intenzioni, operazioni, siano ordinate esclusivamente a maggior servizio e lode di Sua Divina Maestà" (Esercizi Spirituali, 46) .
Cercherò ora di spiegare queste ultime affermazioni.
Cosa significa intenzione virtuale?
L'intenzione può essere attuale, abituale, virtuale.
L'intenzione è attuale quando uno compie, coscientemente, una certa azione per un determinato fine.
L'intenzione è abituale quando si compie un'azione, senza avere coscienza del fine, ma tuttavia abitualmente l'azione è compiuta per lo stesso fine. L'intenzione è virtuale quando si compie un'azione, senza avere coscienza del fine, ma tuttavia quella stessa azione è compiuta per quel determinato fine; es: un tale sale in auto per andare da Roam a Milano: questo è il fine principale del viaggio: certamente mentre egli guida non pensa in continuazuine che sta andando a Milano: quando ci pensa la sua intenzione è attuale, quando non ci pensa la suaa intenzione è virtuale: realissima, ma non sempre conscia.
Se gli chiedessero: "Cosa stai facendo", risponderebbe "Sto andando a Milano", anche se in quel momento magari stava fischiattando e non stava pensando di andare a Milano.
Quando noi abbiamo l'intenzione pura come descritta da S. Ignazio per ogni nostra azione, anche quando questa intenzione non è attuale, ma soltanto virtuale, noi siamo in stato di preghiera, noi adempiamo al comandamento di Gesù di "pregare sempre": se ci chiedessero in un qualunque momento: "Per chi fai questa azione?" e noi possiamo rispondere, riprendendo coscienza dell'azione: "Per Dio, per Dio solo", allora siamo in stato di preghiera.
Dimensione sponsale dello "stato di preghiera"
Vorrei ora cercare di approfondire l'aspetto "sponsale" di questa "purezza d'intenzione", e fare alcune considerazioni su come ricercare questo stato di continua preghiera nella spiritualità della famiglia.
Vediamo un passo della S. Scrittura, e poi ascoltiamo S. Tommaso.
"Gesù riprese a parlar loro in parabole e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non vollero venire. Di nuovo mandò altri servi a dire: Ecco ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e i miei animali ingrassati sono gia macellati e tutto è pronto; venite alle nozze. Ma costoro non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò e, mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: Il banchetto nuziale è pronto, ma gli invitati non ne erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l'abito nuziale, gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senz'abito nuziale? Ed egli ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti.»" (Mt 22, 1-14)
Facciamo attenzione all'"abito nuziale", la cui mancanza è stata rovinosa per il personaggio della parabola: che cosa rappresenta? Senz'altro, come vuole una buona interpretazione tradizionale, lo stato di Grazia necessario per ricevere la S. Comunione.
Ma vi è un altro significato: S. Tommaso parla della virtù della "castità spirituale":
"Se infatti l'anima dell'uomo si compiace di congiungersi con ciò con cui deve essere congiunta, cioè con Dio, e si astiene dal congiungersi con diletto con qualunque altra creatura, ciò si dice castità spirituale, secondo 2 Cor 11,1: «Io provo infatti per voi una specie di gelosia divina, avendovi promessi a un unico sposo, per presentarvi quale vergine casta a Cristo». Se invece l'anima, contro l'odine divino, si congiunge con qualunque altra creatura, si dice fornicazione spirituale, secondo Ger 3,1: «Tu hai fornicato con molti amanti»" (S. Theol., II IIæ, q. 151 a. 2 c.).
La veste nuziale richiesta è questo amore indiviso per Dio, per Dio solo, per la sua Santissima Volontà, quando la nostra anima non desidera congiungersi che con lui, in quel matrimonio spirituale che è il modello su cui è stato pensato il matrimonio di un uomo e una donna; quando la nostra anima è tanto presa dall'amore per Dio che non desidera congiungersi con qualunque altra creatura: Dio il primo, Dio il solo !!!
Questa veste nuziale è anche lo stato di continua preghiera: comprende anche la fede, la fedeltà alla parola di Dio, alla Verità: come la Vergine custodiva nel suo Cuore ogni parola di Gesù Cristo.
Cari amici, sposi e sposi, voi potete davvero ben comprendere come si "prega sempre": come il vostro cuore è indiviso per vostra moglie o per il vostro marito, così, molto di più in tutto deve esserlo per la volontà di Dio: in fondo è molto semplice, facile con la Grazia.
Naturalmente, la via per conseguire questa volontà virtuale è la volontà attuale rinnovata, ovvero la volontà abituale; gioverà molto ripetere "la solita orazione preparatoria" di S. IGNAZIO (Esercizi Spirituali n° 46), e, tra le giaculatorie, pensarne qualcuna ad hoc, es: "solo per Te Signore", o, come il motto del Papa, "Totus tuus".
É molto utile, direi quasi indispensabile, farsi, cercando un momento di calma, un programma circa la vita di orazione secondo la spiritualità familiare.
Il nostro pensiero va ora a colei che maggiormente ha avuto un Cuore casto, assolutamente indiviso per la S.S. Trinità e, per amore della S.S. Trinità, per tutti gli uomini. Sotto la sua protezione noi ci rifugiamo, tanto incapaci di fedeltà, ma tanto fiduciosi nel soccorso della Vergine.