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DIACONATO E MATRIMONIO
11 agosto 2009
DIACONATO E MATRIMONI
Articolo del diacono ARTURO BAUDO tratto dalla rivista “ Il diaconato in Italia” (n° 126)
Istituendo il collegio apostolico Gesù non discriminò i suoi discepoli tra celibi e ammogliati: E’ certo anzi che Pietro, il primo degli apostoli, avesse moglie. Paolo, nella prima lettera ai Corinti ricorda (1Cor 9,5) che <gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa> portavano con sé una <donna credente> (in nota la Bibbia di Gerusalemme traduce anche: <una sposa cristiana>).
Che ruolo avevano queste donne che accompagnavano gli apostoli? Si può legittimamente ritenere che svolgessero un servizio atto a favorire l’opera di evangelizzazione. Non sappiamo che tipo di servizio fosse, ma del resto non conosciamo con certezza nemmeno in che cosa consistesse l’attività di ciascun apostolo. Sicuramente però queste donne, oltre ad aiutare il marito, dovevano offrire almeno una testimonianza di vita coerente con il Vangelo annunziato dal coniuge.
Ciò che cerco di affermare non vuole essere un contributo meramente teorico ma il frutto della mia personale vicenda umana e spirituale di diacono permanente. Ciò che segue quindi va accolto anzitutto come un sentire “dal di dentro” un’esperienza vissuta. Ma anche in senso più generale è possibile dire che la totalità del dono, insito nel matrimonio sacramentale, esclude necessariamente che il diacono sposato possa emarginare la moglie dalla propria vita spirituale, di cui l’esercizio del diaconato è una parte essenziale. Perfino i frutti del lavoro materiale sono normalmente condivisi dai coniugi anche se il lavoro di ciascuno dei due si svolge in sedi e momenti separati. La condivisione delle ricchezze materiali è “segno” di una comunione spirituale assolutamente necessaria perché un matrimonio possa definirsi cristianamente vissuto. A maggior ragione qualunque divisione, soprattutto se causata dal diaconato del marito, costituirebbe una sorta di “piccolo divorzio” che comporterebbe il venir meno di quella condizione <da principio> voluta dal Creatore che volle i due <una carne sola>. L’unione però non comporta privazione d’identità né di ruolo, si parla, infatti, di complementarietà.
Si pone dunque il problema di comprendere come si realizza questa complementarietà nella coppia diacono-moglie. Dal diritto canonico (can. 1031, §2) sappiamo che la moglie del candidato diacono deve esprimere il suo consenso all’ordinazione del marito (in mancanza del quale, l’ordinazione non può avvenire). Questo consenso ha dunque un’efficacia determinante per la legittimità del sacramento almeno nelle forme oggi stabilite. In sostanza la moglie che presta il consenso non si limita a “permettere” al marito di diventare diacono, ma accetta di ricevere nel suo, personale, matrimonio la grazia del diaconato del marito. D’ora in poi lei non sarà più la moglie di un uomo battezzato ma la moglie di un ministro di Dio. Si potrebbe ritenere a prima vista che questo mutamento possa avere risvolti solo sul piano sociale. Ma non è così: si verificano delle conseguenze sul piano della Grazia personale di entrambi i coniugi. Basta ricordare, ad esempio, che la santità non si raggiunge né si realizza con il compimento di “opere” buone (che non sono sufficienti nemmeno a salvare) ma nell’accettazione dei doni della Grazia di Dio.
E’ questo il motivo per cui Maria è la <tutta santa> e la <piena di grazia>. La sua santità non deriva dalle sue opere ma dall’accoglienza del Dono per eccellenza. Accogliendo il Figlio di Dio ella riceve il massimo dei doni e questo la rende più santa di tutti i santi. Se ciò è vero, allora il consenso della moglie del candidato diacono è accettazione del dono di grazia (il diaconato del marito) che necessariamente incide in ambito spirituale proprio della donna (legata al diacono per effetto del sacramento del matrimonio). Pertanto è atto in sé santificante ed in quanto tale automaticamente produttivo anche di frutti spirituali.
Il consenso della moglie dunque contribuisce anche a generare gli effetti propri della Grazia del marito il quale potrà esplicare il suo ministero solo a condizione che la moglie lo consenta all’origine e lo favorisca (o per lo meno non lo contrasti) in seguito. Si può riscontrare legittimamente una analogia tra il fiat di Maria e il consenso della moglie del diacono. Maria infatti con il suo sì permette al Verbo di farsi Uomo e quindi di svolgere la sua missione evangelica. E così per molte storie di donne narrate nelle sacre scritture: queste donne entrano nella storia del popolo eletto semplicemente per il fatto che seguono i loro mariti.
Non si tratta di eroine, né di donne eccezionali. Tuttavia esse hanno il merito di condividere la fede dei loro mariti. E questo fa sì che, con la loro vita semplice, assumano un ruolo decisivo nella Storia della salvezza, acquistando fama nei secoli. Si pensi a Sara, la moglie di Abramo, a Rebecca moglie di Isacco, a Lia e Rachele mogli di Giacobbe, Zippora moglie di Mosè, Betsabea moglie di Davide e madre di Salomone, Elisabetta moglie del sacerdote Zaccaria e madre di Giovanni Battista. Lungi quindi dall’essere sottovalutato, il compito delle mogli dei diaconi non può essere considerato un imbarazzante “di più” ma viene invece riconosciuto e valorizzato per quello che è: dono di grazia accettato e fruttuoso, silenzioso ma efficace. Consacrante e santificante. Un sì molto impegnativo perché comporta scelte di vita, rinunzie, conseguenze pratiche connesse con la promessa di obbedienza al vescovo (e ai suoi successori) da parte del marito, persino qualche possibile derisione (“la moglie del …. prete”). Un sì che consacra e rinnova la vita matrimoniale e quindi che riveste di nuovo splendore spirituale lo stesso matrimonio celebrato tanto tempo prima.
Vita di consacrati che sanno di non appartenere a se stessi ma a Dio, che cercano di essere pietre vive nella costruzione del Tempio. Vita di sposi innamorati che meditano e pregano e vivono perennemente il Cantico dei Cantici: <Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte è l’amore> (Ct 8,6). Per essere segno visibile dell’amore sponsale di Cristo per la sua Chiesa.