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"Ricevi il Vangelo di Cristo del quale sei divenuto l'annunziatore: credi sempre a ciò che proclami, insegna ciò che credi, vivi ciò che insegni".


 


E’ un sito dedicato ai Diaconi e al loro Ministero. Perché l’esempio della loro vita, della loro testimonianza nel servizio sia un richiamo costante al Vangelo e susciti imitatori nel popolo santo di Dio. E’ uno strumento di formazione, d’informazione e di approfondimento teologico, uno spazio aperto al loro contributo per una nuova evangelizzazione in rete e per promuovere in modo fattivo e costante la diaconia come vocazione al servizio e il diaconato come segno sacramentale di questa vocazione nella Chiesa e nel mondo. Una presenza attiva e attenta al mondo quindi, tesa alla costruzione di relazioni con chi s’interroga sul Dio di Gesù Cristo e vuole lasciarsi interrogare da Lui.


"Ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita ... noi lo annunziamo anche a voi". (1 Gv 1, 1.3)



I laici nella vita della Chiesa

27 settembre 2009
ACCOLITATO

Sulla base dell'insegnamento del Concilio  Ecumenico Vaticano II, si può vedere l'assemblea liturgica come tutta mini­steriale. In essa lo Spirito del Risorto suscita una straordinaria ricchez­za di ministeri e di servizi, richiesti e valorizzati dalla riforma liturgica post-conciliare, che riscoprendo questa ricchezza vitale della Chiesa ha meglio mostrato la sua vocazione alla diaconia, al servizio sull'esempio dello Sposo che si è fatto servo (cfr. Lc 22, 27).

L'accoli­to quindi è il ministero affidato a coloro che, nella Chiesa, sono chiamati a seguire i pastori, cioè a collaborare strettamente con loro nella specifica missione ad essi affidata e a offrire ai fratelli un servizio ispirato ad una sincera carità, soprattutto nel momento in cui questa carità si manifesta e si celebra, cioè durante la celebrazione eucaristica.


Il ministero dell’accolito

 

Questo ministero, nel suo concreto esercizio, è destinato a mettere in risalto l'intimo legame che esiste tra la liturgia e la carità. La celebrazione eucaristica, infatti, non solo presuppone la carità verso i fratelli, come impegno di donazione e come volontà di riconciliazione (cfr. Mt 5,23-24;1Cor 11,17 ss), ma implica, nell'atto in cui si compie, un atteggiamento di amore che si esprime nei molteplici e diversi compiti di accoglienza (cfr. Gc 2,1 ss), di solidarietà (cfr. 1Cor 11,29), di co­munione e di servizio con tutti, ma soprattutto con i più deboli e con i più poveri. La testimonianza di carità, offerta ai fratelli durante l'eucaristia, deve estendersi e prolun­garsi dopo la celebrazione e diventare sollecitudine verso i lontani, gli assenti, i malati, coloro che so­no nella difficoltà o nel bisogno. Solo così la parte­cipazione al sacramento della carità diventa piena e autentica. Il ministero dell'accolito acquista pienezza di si­gnificato e importanza notevole proprio nel conte­sto di una Chiesa che vive il mistero della carità ed è chiamata a svolgere nel mondo il ministero della carità.

Forse conviene anche per il ministero dell’accolito, dare qualche breve informazione storica. Il termine «accolito» deriva da un verbo greco che significa «seguire» o anche «servire». L'accoli­to quindi è il ministero affidato a coloro che, nella Chiesa, sono chiamati a seguire i pastori, cioè a collaborare strettamente con loro nella specifica missione ad essi affidata e a offrire ai fratelli un servizio ispirato ad una sincera carità, soprattutto nel momento in cui questa carità si manifesta e si celebra, cioè durante la celebrazione eucaristica. Da una notizia che si trova nel Liber pontificalis, pubblicato dal Duchesse, sembra che l'istituzione di questo particolare ministero, che non è conosciuto in Oriente, debba esser fatta risalire a papa Vittore  (+ 197); comunque risulta che al tempo di papa Cornelio gli accoliti erano già in numero di 42, di­visi secondo le sette regioni di Roma. Gli accoliti, chiamati dapprima «sequentes», so­no anche denominati «ceroferarii», in quanto ave­vano come funzione quella di scortare con i ceri la processione d'ingresso del papa, durante la messa, e quella del diacono al momento della proclama­zione del vangelo. A partire dal IV secolo, infatti, e precisamente dopo la pace di Costantino, il culto della Chiesa romana conosce uno sviluppo gran­dioso: molti riti in uso presso la corte imperiale so­no trasferiti nelle azioni liturgiche presiedute dal papa. Si solennizzano cosi le processioni, il papa viene accompagnato in segno di onore da 7 candelabri, rappresentanti le cor­rispondenti regioni della città di Roma, mentre il popolo acclama e canta e il profumo dell'incenso inonda la basilica. I sette can­delabri, portati appunto dagli accoliti, una volta che si è giunti all'altare vengono deposti sulla men­sa o nei pressi di essa. Uso, questo, che è rimasto in vigore, nella messa del vescovo, fino alla rifor­ma liturgica.

Nel secolo VI gli accoliti acquistarono a Roma un'importanza ancora maggiore: aiutavano all'al­tare i diaconi e il presidente dell'assemblea; porta­vano le offerte e i vasi sacri ed erano a loro dispo­sizione per il compimento dei servizi da prestare al popolo. Oltre questi compiti, che si svolgevano nella ce­lebrazione, gli accoliti avevano anche altri compiti: accompagnavano il vescovo nelle sue visite, erano al suo servizio per compiere ambasciate e portare ordini e avevano talora anche l'impegno di assicu­rare una certa disciplina tra il popolo cristiano.

Finalmente, in forma straordinaria e come aiuto ai diaconi e ai presbiteri, gli accoliti avevano anche il ministero della distribuzione dell'eucaristia. Era­no loro, ad esempio, che portavano il fermentum, una piccola parte cioè del pane consacrato dal pa­pa nella sua messa, alle varie chiese di Roma, qua­le segno di comunione tra il vescovo di Roma e i presbiteri che celebravano i santi ministeri nelle chiese succursali, chiamate tituli.

Come il lettorato, anche l'accolitato acquistò ben presto la fisionomia di un grado inferiore della gerarchia. Sono noti i riti dell'«ordinazione» degli accoliti dagli antichi documenti liturgici che sono giunti fino a noi. Questa si svolgeva durante la messa: i candidati erano rivestiti dell'abito loro proprio e veniva loro consegnato un sacchetto di lino che era usato per portare l'eucaristia sia ai presbiteri, durante la concelebrazione, sia ai fratel­li assenti, una volta che la messa era terminata.

Col passar del tempo, e precisamente dall'alto medioevo, egli diventò via via un semplice «inserviente» del prete che ormai celebrava da solo, mentre nella celebrazione solenne mantenne l'in­combenza di portare i ceri e servire all'altare.

L'accolitato si è sempre conservato, analoga­mente al lettorato, come un «ordine minore», cioè come un gradino previo, necessario per acce­dere all'ordinazione sacerdotale, ma di fatto poco rilevante come «ministero ecclesiale». Anch'esso è stato restituito alla Chiesa come un servizio stabile dal motu proprio Ministeria quaedam e può quindi essere conferito anche a laici, con precise e significative funzioni miranti all'edificazione del popolo di Dio.

Tali funzioni sono descritte nel cap. VI di Ministeria quaedam  in questi termini: «L'accolito è costituito per aiutare il diacono e servire il sacerdote. Pertanto è suo compito curare il servizio dell'altare, aiutare il diacono e il sacerdo­te nelle azioni liturgiche, specialmente nella celebra­zione della messa; inoltre, distribuire, come mini­stro straordinario, la santa comunione tutte le volte che i ministri (ordinari)... non vi sono o non posso­no farlo, per malattia, per l'età avanzata o perché impediti da altro ministero pastorale, oppure tutte le volte che il numero dei fedeli, i quali si accostano alla sacra mensa, è tanto elevato che la celebrazione della messa si protrarrebbe troppo a lungo. Nelle medesime circostanze straordinarie potrà essere in­caricato di esporre pubblicamente la ss. Eucaristia e poi riporla; ma non di benedire il popolo. Potrà anche,  in quanto sia necessario, provvedere all'istruzione degli altri fedeli che, per incarico tem­poraneo, aiutano il diacono e il sacerdote nelle azioni liturgiche».

A questi compiti, quasi esclusivamente cultuali, i vescovi italiani, nel documento già ricordato, I ministeri nella Chiesa, ne aggiungono un altro che ha pure un retroterra nella storia e nell'esperienza della Chiesa antica, quello precisamente di aver cura dei deboli e degli infermi. Compito che va “letto” all'interno del si­gnificato e della portata della celebrazione eucari­stica, memoriale della carità di Cristo.

Tenendo dunque presenti queste indicazioni ma­gisteriali si possono individuare, in maniera più completa e ampia, gli ambiti e le funzioni specifi­che dell'accolito. Innanzitutto egli è chiamato ad essere il pro­motore della vita liturgica di una comunità, non solo prestando il suo servizio nella celebrazione, in modo che essa risulti veramente un'azione comu­nitaria e partecipata, significativa dal punto di vi­sta dei diversi servizi che si compiono e pedagogi­camente efficace, ma anche prendendosi cura di quanti, in essa, svolgono compiti liturgici: mini­stranti, cantori, lettori, ecc. Egli è quindi il natura­le animatore del “gruppo liturgico” della comunità e per questo deve curare la formazione liturgica e biblica dei vari componenti, preparare le celebra­zioni, guidarne lo svolgimento, ecc. Come ministro straordinario dell'Eucaristia egli si affiancherà al sacerdote e al diacono nella pro­mozione e nell'animazione della pastorale liturgi­co-eucaristica, non solo portando la santa comu­nione ai malati, ma curando l'incremento e l'orga­nizzazione del culto eucaristico fuori della messa secondo le indicazioni del magistero e i bisogni della comunità in cui vive ed esercita il suo mini­stero.

Emerge poi un altro compito dell'accolito: quello di un più vasto e profondo esercizio della carità verso i poveri, i sofferenti, i malati, gli emar­ginati. Dovrà essere l'accolito a suscitare e a curare nella parrocchia o nei gruppi caritativi le molteplici forme di assistenza, di aiuto, di promozione uma­na che oggi sono richieste ai credenti che vivono nel mondo e che la Chiesa mette in cantiere per ri­spondere alle numerose e svariate attese che si ma­nifestano nei settori dell'emarginazione, della po­vertà, della terza età, della malattia, ecc. Egli sarà perciò il leader naturale di quelle associazioni o movimenti che s'interessano di questo settore e, come tale, potrà rendere un prezioso servizio di collaborazione all'opera caritativa dei pastori.

In conformità a questi compiti, si richiedono all’accolito alcuni requisiti. Il primo è una robusta spiritualità eucaristica: «L'accolito eserciterà tanto più degnamente questi compiti, se parteciperà alla ss. Eucaristia con una pietà sempre più ardente, si nutrirà di essa e ne acquisterà una sempre più viva conoscenza. L'accolito, destinato in modo speciale al servizio dell'altare, apprenda tutte quelle conoscenze che riguardano il culto pubblico divino e si sforzi di comprenderne l'intimo e spirituale significato: in tal modo, ogni giorno potrà offrire interamente se stesso a Dio, nel tempio essere di esempio a tutti per il suo comportamento serio e rispettoso, e, inoltre, avere un sincero amore per il Corpo misti­co di Cristo, cioè il popolo di Dio, e specialmente per i deboli e i malati» (Ministeria quaedam VI).

L'esortazione che il vescovo rivolge agli accoliti, mentre conferisce loro il ministero, è nella medesima linea: «L'esercizio di questo ministero vi stimoli ad attingere dal sacrificio del Signore una vita spiritua­le sempre più intensa, e a conformarvi sempre più perfettamente a questo stesso sacrificio; procurate anche di penetrare il senso intimo e profondo delle mansioni a voi affidate, in modo da offrire ogni giorno voi stessi a Dio in sacrificio spirituale a lui gradito, per Cristo Gesù. Questi vostri compiti vi ricordino che dovete formare con i fratelli un solo corpo, come parteci­pare con essi all'unico pane dell'Eucaristia. Amate di sincero amore il popolo di Dio che è il Corpo mi­stico di Cristo, amate specialmente i deboli e gli in­fermi: attuerete così il comando dato dal Signore agli apostoli nell'ultima cena: amatevi l'un l'altro, come io ho amato voi».

Da ciò che è stato detto fin qui scaturisce anzi­tutto che anche agli accoliti è domandata una soli­da formazione liturgica e spirituale. Essa deve es­sere ottenuta attraverso lo studio approfondito della genuina natura della liturgia, non come un puro e semplice insieme di riti e di cerimonie, ma come il complesso dei santi segni con cui Cristo ri­sorto continua, nella Chiesa e attraverso la Chiesa, il suo servizio sacerdotale per la gloria del Padre e la santificazione dei fratelli: ma lo studio non basta: ad esso si dovrà accompagnare una opportuna «iniziazione» al mistero liturgico. Come potrà l'accolito inculcare nei suoi fratelli il gusto della partecipazione alla liturgia se non vive egli stesso per primo quel «mistero» che serve? Per questo gli accoliti istituiti dovranno unire allo studio una seria riflessione e meditazione della parola di Dio e dei testi liturgici; dovranno fare ogni gior­no una ricca esperienza della preghiera liturgica, con la celebrazione almeno delle ore principali del­l'Ufficio divino, la partecipazione frequente ai sacramenti, ecc. Sarà assai opportuno, poi, che essi studino attentamente le Premesse dei nuovi libri li­turgici, in modo da essere attenti alle indicazioni e norme che questi forniscono per una celebrazione degna e rispettosa sia degli orientamenti e delle di­rettive del magistero sia anche delle attese e delle concrete possibilità dell'assemblea.

I ministeri del lettorato e dell'accolitato, anche se profondamente radicati nell'esperienza più anti­ca della Chiesa, acquistano oggi dimensioni e pro­spettive nuove in una comunità ecclesiale chiama­ta ad essere «serva» del Signore e degli uomini.  Il loro corretto e fedele esercizio suppone, per­tanto, sempre una vita di comunità molto dinami­ca. Anche se si integrano a vicenda, questi due mi­nisteri sono distinti: il lettorato fa direttamente riferimento all'annuncio della parola di Dio, mentre l'accolitato è più specificamente orientato alla cele­brazione liturgico-sacramentale e all'impegno di carità e di promozione umana.

Ciò spiega, tra l'altro, l'inopportunità che ven­gano conferiti insieme alla stessa persona. La Chiesa è comunità ministeriale, nella quale lo stes­so Spirito conferisce ai fedeli doni diversi per mini­steri diversificati; non è opportuno quindi che una stessa persona assommi più compiti, anche perché ciascuno richiede anche doti umane particolari che non sempre sono simultaneamente presenti nello stesso individuo; e poi anche perché, altrimenti, si ricadrebbe in una nuova forma di “monopo­lio” del ministero che non è certo rispettosa di una corretta ecclesiologia e che si risolverebbe a svan­taggio di una pastorale articolata. Tutt'e due questi ministeri sono però espressione di carità ecclesiale e sono finalizzati all'edificazione dell'unico Corpo di Cristo.

Mi auguro che le riflessioni proposte portino in un futuro prossimo nella nostra Chiesa diocesana ad una ricomprensione di questi due ministeri, tra l’altro indispensabili nella e per la vita di una comunità cristiana. Noi pastori per primi ne sentiamo l’urgenza quando in una comunità mancano lettori preparati per le celebrazioni o accoliti per il servizio ai fratelli sofferenti o per il servizio liturgico! Tuttavia spesso al desiderio manca la volontà di formare in modo autentico i fedeli laici a questi ministeri. Speriamo possano sorgere, a livello diocesano o anche interdiocesano, le tanto auspicate scuole o corsi di formazione per i ministeri per poter incoraggiare, coordinare e armonizzare in una pastorale d’insieme le molteplici forme della ministerialità laicale.

 

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