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XXIII Convegno Nazionale della Comunità del Diaconato in Italia
14 agosto 2011
le relazioni di apertura
Questa mattina, come annunciato nei giorni scorsi, con la celebrazione eucaristica presieduta da don Antonio Brigliadori, delegato per il diaconato della diocesi di Rimini è iniziato il secondo giorno del XXIII Convegno nazionale della Comunità del Diaconato in Italia. Subito dopo, i convegnisti sono stati accolti nella Sala Manzoni dal Presidente della Comunità del Diaconato in Italia Enzo Petrolino. S.E. Mons. Francesco Lambiasi, Vescovo di Rimini e Presidente della Commissione episcopale Clero e Vita Consacrata ha salutato i convegnisti soffermandosi sulla necessità di sentirsi amati per amare; di sentirsi serviti per servire e di sentirsi custoditi per custodire gli altri. Un modo per dire che occorre “riconoscere” la presenza del Padre nella nostra vita per poter annunciare Gesù Cristo al mondo intero. A seguire l'intervento di don Giuseppe Bellia, Direttore della Rivista “Il diaconato in Italia”, che è l'unica pubblicazione periodica italiana che si occupa del ministero diaconale e dei diaconi trattando tematiche specifiche. La sua relazione introduttiva al Convegno dal titolo “Si mise a insegnare loro molte cose”: Gesù, Maestro e Servo di Yahweh ha molto colpito l'attento uditorio sollecitando la riflessione dei presenti sul senso della diaconia. “La prima diaconia – ha detto don Giuseppe Bellia- è quella della Parola e se è vero come è vero che Aronne è stato definito il diacono di Mosè, allora siamo chiamati a riconsiderare il senso di questo ministero alla luce di questa scoperta. I diaconi, insomma, non sono quelli che servono alla mensa”. Don Bellia ha poi fatto viaggiare il suo intervento tra le pieghe della Parola evidenziando, tra l'altro, come il primato della Parola va interpretato concretamente dando “cuore” alle relazioni. E' questa la diaconia da tener presente. Ridare senso e cuore alle relazioni così come ha fatto e ha chiesto che si facesse lo stesso Gesù: “Dateli voi stessi da mangiare”. Un invito forte e potente che è anche un vero e proprio programma di vita. Credere nella Parola assumendo come sistema ordinario di vita il fatto che è la Parola a creare e noi siamo solo gli strumenti che permette alla Parola di dare concretezza all'amore, al servizio e alla custodia dei fratelli. E' attraverso la Parola udita e compresa che possiamo dare seguito ad essa donando per davvero agli altri. Di grande impatto emotivo l'intervento della prof.ssa Giuliana Martirani, docente alla Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Napoli Federico II. Il suo intervento ha offerto una ricca gamma di suggestioni che hanno mantenuto desta l'attenzione. Ha esordito sottolineando che il nostro paese ha smarrito il senso e le caratteristiche principali che ne facevano il Paese della solidarietà. Una solidarietà che va riscoperta e che va intesa in senso ampio. Tutto questo affinché anche quanti sono stati definiti “niente” o “annientati” possano trovare, invece, l'opportunità di vivere la propria vita con dignità. In questo quadro vivere la solidarietà significa vivere la carità e la giustizia. E' un prendersi cura di quanto sono anche definiti “secondi” o “invisibili”. Sono questi i compiti dei quali i diaconi sono chiamati ad essere dispensatori. Compiti che rientrano nella carità. Per educarsi a questo i diaconi sono chiamati a frequentare con gioia e continuità la scuola dei poveri e degli ultimi. La prof.ssa Martirani ha poi fornito una mappa d'orientamento che è tutta scritta nella “Caritas in veritate”,nella “Caritas Deus est” e nel documento “Educare alla vita buona del Vangelo”. Un intervento, quello della Martirani molto ascoltato dai diaconi e dalle loro spose. Certamente ha contribuito a smuovere le acque dell'uditorio offrendo molti spunti di riflessione. Una mattinata intensa e che ha contribuito a tracciare le linee di un vero e proprio programma di vita. Interessanti anche le osservazioni e le domande proposte ai relatori e che hanno toccato l'agire concreto soprattutto nell'affrontare la vita quotidiana: dai drammi e dalla condizione che si vive nel sud Italia, alla necessità di alzare la voce in un tempo e in un contesto attraversato dalla crisi e che tocca in maniera prepotente l'ordinario delle famiglie. E' emersa forte,quindi, la necessità di ricostruire le relazioni e di essere profeti per difendere la dignità delle persone e delle famiglie cercando di far sentire la voce della Chiesa soprattutto a difesa dei poveri e degli ultimi. Ufficio Stampa del Convegno
Le relazioni del 5 agosto
Di grande interesse il lavoro dei diaconi nei gruppi di studio che hanno lavorato nel pomeriggio del 4 agosto.
Sono emerse situazioni di servizio di profondo impegno nelle realtà quotidiane delle parrocchie e delle diocesi dove i diaconi operano con umiltà e disponibilità a servizio dei poveri e degli ultimi o dei “niente” e/o "annientati" come sono stati definiti nel corso del convegno dalla prof.ssa Giuliana Martirani.
Questa mattina, invece, don Luciano Meddi, docente di Catechesi Missionaria Pontificia presso l'Università Urbaniana ha relazionato su: “Il diacono educato ed educatore alla vita buona del Vangelo nella Chiesa italiana”.
Don Luciano Meddi ha iniziato evidenziando la proposta del Vangelo in Italia nel post-concilio sottolieando comein questo tempo si stia assistendo ad una diminuzione della trasmissione e al rischio della “frattura” generazionale per la crisi della socializzazione. Don Luciano ha poi detto che la via privilegiata dell'evangelizzazione è la persona che oggi è chiamata a vivere in una situazione culturale complessa. Da ciò la necessità di maturare nuove competenze per i testimoni del Vangelo affinché si possa dare un nuovo slancio alla pastorale.
Il secondo intervento della mattinata è stato di don Franco Appi responsabile del servizio per la scuola di formazione all'impegno sociale e politico nonché direttore del centro di pastorale sociale e del lavoro della diocesi di Forlì-
Don Franco dopo aver esplicitato il concetto di educazione, il significato del potere e del servizio nell'ottica della fede, citando il documento “Le Comunità cristiane educano al sociale e al politico ai n. 4 e 5 dell'ufficio nazionale pastorale del lavoro ha spiegato il concetto di cittadinanza responsabile. La sua relazione ha poi toccato il n. 46 della Centesimus Annus e la settimana sociale di Reggio Calabria del 1981.
A conclusione ha fornito alcune indicazioni operative:
“Noi siamo chiamati a fare i piccoli passi di un risveglio della coscienza di cittadini dell'una e dell'altra città...ha riproposto oltre a iniziative diocesane già collaudate, quali ad esempio le scuole di formazione all'impegno sociale e politico si possono pensare dei Forum, incontri in cui liberamente ci si confronta con i problemi e le domande, anche ingenue a volte ma che ci dicono del bisogno di formazione e informazione sulla vita politica: Qui possono anche essere presenti i politici e amministratori, ma innanzitutto con l'umiltà dell'ascolto della base.
Nei Forum -ha proseguito don Franco Appi- nelle associazzioni e altro si può sperimentare il discernimento come esercizio comunitario, anche se alla conclusione poi ogni coscienza dovrà fare la sua scelta. Questo è per noi difficile ma non è un'utopia. Creare spazi culturali di incontro è una prospettiva di grande apertura e a noi suggerisce una prospettiva possibile per una sana formazione. Per la nostra attività rimane attuabile come base il pensare che c'è già una prospettiva possibile per una sana formazione.
Per la nostra ttività rimane attuabile come base il pensare che c'è già una rete di iniziative: volontariato, circoli associativi che sono occasioni per questa formazione; come gli impegni nel territorio e nelle sue tipiche problematiche da affrontare.
E' anche una apertura di dialogo con tutti. La cultura è uno spazio abitabile in cui far crescere il pensiero con confronti e con iniziative ancora da mettere a fuoco. “Il mondo che cambia” è un mondo che chiede risposte. Noi non possiamo che avere la risposta della speranza, fondata sulla fede in Cristo Gesù, speranza che anima i nostri progetti e le nostre iniziative, che sostiene la nostra ragione, senza sostituirle”.
Ufficio Stampa del Convegno
Le relazioni finali
Si è concluso sabato 6 agosto il XXIII Convegno Nazionale della Comunità del Diaconato in Italia.
E' stato un finale molto denso di significato. Dopo la celebrazione delle lodi con la meditazione di don Luca Bassetti, nella Sala Manzoni è stato proiettato un filmato realizzato dal Presidente Enzo Petrolino sul "Progetto di adozione dei diaconi cubani, con immagini, interviste e testimonianze.
Puntuale alle 9.30 è arrivato al Convegno S.E. Mons. Giancarlo Bregantini, Arcivescovo di Campobasso, Presidente della Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace.
Accolto con calore da tutti i Convegnisti, Mons. Bregantini ha tenuto una relazione sul tema: "E' ormai tempo di svegliarsi dal sonno" (Rm 13,11) Diaconi educati al servizio del Vangelo per il bene della società.
Mons. Bregantini ha centrato il suo intervento su cinque segni del diaconato che sono anche cinque doni che i diaconi ricevono con l'ordinazione.
LA TERRA, che ogni diacono riceve in dono e che sceglie con l'incardinazione. Una incardinazione che non è solo una questione giuridica ma è, innanzitutto, il primo dei grandi segni e doni di Dio. Una terra che va amata con CUORE verginale. Come modello ha indicato San Giuseppe, vero esempio per i diaconi, che ha saputo operare scelte di campo in un contesto difficile gettando il cuore oltre l'ostacolo e passando dal destino al Progetto, dall'ormai all'Ancora.
L'altro dono sono i POVERI che sono i segni che i diaconi incontramo lungo il cammino della vita. Il quarto dono è il VANGELO che va meditato con la lectio e il giornale. L'ultimo dono è quello della PREGHIERA. Ecco l'invito a Pregare per la comunità. L'intercessione appartiene anche alla Preghiera del diacono. Essa è un'arma contro il male.
Le conclusioni sono state tratte dal Presidente Enzo Petrolino.
Ha esordito sottolineando che questo Convegno 2011 è stato diverso dagli altri per i temi scelti. Si è cercato, infatti, di gettare uno guardo sul mondo e su come cercare di fare del bene nella nostra società oggi. Il Presidente Petrolino ha inoltre evidenziato che non dobbiamo, però, perdere la memoria di cosa è stato il diaconato in questi primi 40 anni dal suo ripristino e ha chiarito come l'identità dei diaconi è già stata ampiamente tracciata nei documenti della Chiesa. In particolare ha citato il documento fondativo del ripristino del diaconato del 1971. In quel documento si parla chiaramente della Grazia Sacramentale del diaconato. Nel corso del suo intervento ha invitato i diaconi a rinnovare l'impegno missionario e di evangelizzazione così come veniva indicato nello stesso documento del 1971 che richiedeva una presenza dei diaconi capillare quali animatori di comunità minori.
Tutto questo, dice Petrolino, va ripreso e attuato.
Poi cita altri documenti "Evangelizzazione e testimonianza della Carità" (1990) nei quali i Vescovi indicano i diaconi come segno della Chiesa che serve in mezzo ai fratelli. Si tratta della stessa espressione che i Vescovi riprendono in "Orientamenti e Norme" dove affidano ai diaconi l'educazione dei giovani al Vangelo della Carità.
In questo ambito Petrolino inserisce il discorso della formazione dei diaconi. In questo ambito, evidenzia, c'è oggi, in Italia una questione molto seria. Una problematica che emerge prepotente dopo la chiusura degli istituti diocesani di formazione. I diaconi non hanno luoghi di formazione a loro dedicati. Occorre, ha ribadito il Presidente Petrolino, una formazione mirata e specifica per i diaconi. La formazione, naturalmente, riguarda sia la fase precedente l'ordinazione che quella successiva (permanente). E' un tema, questo, che riguarda anche le spose dei diaconi.
Ancora una questione. Occorre una "santa inquietudine" che i diaconi devono incarnare nell'esercizio del loro ministero. Questa va coniugata con la "scelta dei poveri" che attraversa l'esercizio del ministero diaconale in maniera trasversale. E' una scelta da prendere a cuore nelle nostre realtà parrocchiali e diocesane. Si tratta di un impegno che ci è stato consegnato nel documento finale del Convegno di Verona dove si dice che occorre ridare speranza ad ogni fragilità. A questo proposito Petrolino ricorda come proprio nel documento finale del gruppo della Fragilità a Verona si invitavano le comunità ecclesiali a dare accoglienza e ad assicurare al diaconato lo spazio che gli spetta per contribuire al riconoscimento del valore straordinario di questo ministero per il e nel servizio alle persone fragili. I diaconi devono prendersi cura dell'incertezza della persona.
Il Presidente Petrolino, infine, ha richiamato tutti a tener presente che se è vero che ai diaconi va dato questo spazio è anche vero che i diaconi debbono farsi trovare dentro questo spazio. L'invita, perciò, è stato quello di fare un esame di coscienza vero e profondo cercando di avere fiducia nel presente e nel futuro "osando il coraggio della speranza". Ha, inoltre, ricordato, che nel documento "Un Paese solidale, Chiesa e Mezzogiorno" i diaconi sono stati definiti "eletti dispensatori della carità".
Petrolino chiude il suo intervento domandandosi e domandando: "Quale è il modello di Chiesa che abbiamo in testa".
In questo campo ci vogliono scelte precise. "La Chiesa -dice, riproponendo le parole di Giovanni Paolo II- deve ritrovare se stessa fuori di se stessa". E' questa la conversione di cui abbiamo bisogno: una conversione pastorale. I diaconi sono chiamati perciò a spingere perchè ciò possa avvenire tenendo conto di cosa sta accadendo nel nostro tempo e debbono avere la capacità di indignarsi non per essere contro ma per annunciare il Vangelo di Cristo. Lo stesso Gesù nel suo tempo si è indignato di fronte alle situazioni che ha incontrato.
E' necessario che i diaconi si facciamo missionari e avviino sperimentazioni occupando spazi diaconali specifici come quello della famiglia. Occorre far crescere, quindi, famiglie diaconali che si facciano carico delle povertà. Molto importante e significativa allora è stata la presenza delle spose anche in questo Convegno. Una presenza da coltivare e far crescere cercando di avviare una rete delle spose che diventi luogo permanente di incontro e di confronto.
L'altro grande campo di azione è quello di sostenere la comunione tra presbiteri.
Ufficio Stampa del Convegno
PRESENTAZIONE DEL MOTU PROPRIO "Omnium in mentem"
2 gennaio 2010
Il Motu proprio "Omnium in mentem"
Le ragioni di due modifiche
Il Motu proprio "Omnium in mentem" che oggi viene pubblicato contiene alcune modifiche da apportare al Codice di Diritto Canonico, che da tempo erano sottoposte allo studio dei Dicasteri della Curia romana e delle Conferenze episcopali. Le variazioni riguardano due diverse questioni, e cioè: adeguare il testo dei canoni che definiscono la funzione ministeriale dei Diaconi al relativo testo del Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 1581); e sopprimere, in tre canoni concernenti il Matrimonio, un inciso che l’esperienza ha rilevato inidoneo. Nei cinque articoli che contiene il presente Motu proprio viene indicata la nuova redazione dei canoni modificati.
La prima variazione riguarda il testo dei canoni 1008 e 1009 del Codice di Diritto Canonico che si riferiscono ai sacri ministri. Nell’esporre "gli effetti del Sacramento dell’Ordine", la prima edizione del Catechismo della Chiesa Cattolica affermava che: "Per ordinationem recipitur capacitas agendi tamquam Christi legatus, Capitis Ecclesiae, in eius triplici munere sacerdotis, prophetae et regis" (secondo periodo del n. 1581). Successivamente, però, per evitare di estendere al grado del Diaconato la facoltà di "agere in persona Christi Capitis", che è riservata soltanto ai Vescovi ed ai Presbiteri, la Congregazione per la Dottrina della Fede ritenne necessario modificare, nell’edizione tipica, la redazione di questo n. 1581 nel modo seguente: "Ab eo (= Christo) Episcopi et presbiteri missionem et facultatem agendi in persona Christi Capitis accipiunt, diaconi vero vim populo Dei serviendi in ‘diaconia’ liturgiae, verbi et caritatis". Il 9 ottobre 1998, il Servo di Dio Giovanni Paolo II approvò questa modifica e dispose che ad essa si adeguassero anche i canoni del Codice di Diritto Canonico.
Il Motu proprio "Omnium in mentem", quindi, modifica il testo del can. 1008 CIC che, in riferimento indistinto ai tre gradi dell’Ordine, non affermerà più che il sacramento conferisce la facoltà di agire nella persona di Cristo Capo, ma si limiterà ad affermare, in maniera più generica, che chi riceve l’Ordine Sacro è destinato a servire il popolo di Dio per un nuovo e peculiare titolo.
La distinzione che a questo riguardo esiste fra i tre gradi del sacramento dell’Ordine viene adesso ripresa nel can. 1009 CIC con l’aggiunta di un terzo paragrafo nel quale viene precisato che il ministro costituito nell’Ordine dell’Episcopato o del Presbiterato riceve la missione e la facoltà di agire in persona di Cristo Capo, mentre i Diaconi ricevono l’abilitazione a servire il Popolo di Dio nella diaconia della liturgia, della Parola e della Carità.
Non è stato necessario, invece, introdurre alcuna modifica nei correlativi canoni 323 § 1; 325 e 743 del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali perché in tali norme non è adoperata l’espressione "agere in persona Christi Capitis".
L’altra modifica che introduce il Motu proprio "Omnium in mentem" riguarda la soppressione della clausola "actusformalis defectionis ab Ecclesia Catholica" nei canoni 1086 § 1, 1117 e 1124 del Codice di Diritto Canonico, che dopo un lungo studio è stata ritenuta non necessaria e inidonea. Si tratta di un inciso, che non appartiene alla tradizione canonica e non è riportata nemmeno nel Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, con il quale si intendeva stabilire una eccezione alla regola generale del can. 11 CIC circa l’obbligatorietà delle leggi ecclesiastiche, col proposito di facilitare l'esercizio dello "ius connubii" a quei fedeli che, a causa del loro allontanamento dalla Chiesa, difficilmente avrebbero osservato la legge canonica che esige una forma per la validità del loro matrimonio.
Le difficoltà di interpretazione e di applicazione di detta clausola, però, sono emerse in diversi ambiti. In questo senso, l’allora Pontificio Consiglio per l’Interpretazione dei Testi legislativi esaminò la convenienza di sopprimere dai tre canoni l’inciso citato. La questione fu trattata inizialmente nella Sessione Plenaria del 3 giugno 1997. I Padri della Plenaria approvarono la formula di un dubium e il relativo responsum per realizzare eventualmente una Interpretazione autentica sulla precisa portata giuridica di detta clausola, ma ritennero opportuno procedere prima a una consultazione delle Conferenze episcopali circa le esperienze, positive e negative, provenenti da queste prescrizioni, al fine di poter valutare tutte le circostanze prima di prendere una decisione.
La consultazione delle Conferenze episcopali è avvenuta nei due anni successivi e al Pontificio Consiglio sono pervenute una cinquantina di motivate risposte, rappresentative dei cinque Continenti, compresi tutti i Paesi con un episcopato rilevante come numero. In alcuni luoghi non c’erano significative esperienze in argomento; nella maggioranza, però, emergeva il bisogno di un chiarimento sulla portata precisa di questo inciso o, meglio, si desiderava la sua completa soppressione. A questo proposito vennero segnalate motivazioni coincidenti, provenienti dall’esperienza giuridica: la convenienza di non avere in questi casi un trattamento diverso da quello dato alle unioni civili dei battezzati che non fanno alcun atto formale di abbandono; la necessità di mostrare con coerenza l’identità "matrimonio-sacramento"; il rischio di favorire matrimoni clandestini; le ulteriori ripercussioni nei paesi dove il Matrimonio canonico possiede effetti civili, e così via.
I risultati della consultazione vennero poi sottoposti a una nuova sessione Plenaria del Pontificio Consiglio, tenutasi il 4 giugno 1999, che approvò all’unanimità di proporre la soppressione del menzionato inciso, e il Servo di Dio Giovanni Paolo II confermò tale decisione nell’Udienza del 3 luglio 1999, incaricando di preparare l’opportuno testo normativo.
Nel frattempo, la soppressione di questo inciso riguardante la disciplina canonica del Matrimonio è stata messa in collegamento con una questione del tutto diversa, che richiedeva però opportuno chiarimento, e riguardava esclusivamente alcuni Paesi centro-europei: si trattava dell’efficacia ecclesiale dell’eventuale dichiarazione fatta da un cattolico davanti al funzionario civile delle tasse di non appartenere alla Chiesa cattolica e, in conseguenza, di non essere tenuto a versare la cosiddetta tassa per il culto.
A questo concreto proposito e, quindi, in ambito diverso da quello strettamente matrimoniale al quale faceva riferimento il summenzionato inciso nei tre canoni del Codice, venne avviato uno studio da parte del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi in collaborazione con la Congregazione per la Dottrina della Fede per precisare quali siano i requisiti essenziali della manifestazione di volontà di defezione dalla Chiesa cattolica. Tali condizioni di efficacia sono state indicate nella Lettera Circolare ai Presidenti delle Conferenze Episcopali che, con approvazione del Santo Padre Benedetto XVI, il Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi inviò il 13 marzo 2006 (cfr. Communicationes XXXVIII (2006), 170-184).
Pur avendo obiettivi diversi dal presente Motu proprio, la pubblicazione della Lettera Circolare contribuì a rafforzare il convincimento circa l’opportunità di sopprimere la suddetta clausola nei canoni sul Matrimonio. Ciò, appunto, viene fatto nel presente documento pontificio. Il testo di questo Motu proprio è stato studiato dalla Plenaria del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, presieduta nell’occasione dal Cardinale Segretario di Stato, in data 16 giugno 2009.
La rilevanza concreta della modifica dei canoni 1086 § 1, 1117 e 1124 del Codice riguarda, dunque, l’ambito matrimoniale. Dall’entrata in vigore del Codice di Diritto Canonico nell’anno 1983 al momento dell’entrata in vigore di questo Motu proprio, i cattolici che avessero fatto un atto formale di abbandono della Chiesa cattolica non erano tenuti alla forma canonica di celebrazione per la validità del matrimonio (can. 1117 CIC), né vigeva per loro l’impedimento di sposare non battezzati (disparità di culto, can. 1086 § 1 CIC), né li riguardava la proibizione di sposare cristiani non cattolici (can. 1124 CIC). Il menzionato inciso inserito in questi tre canoni rappresentava una eccezione di diritto ecclesiastico, ad un’altra più generale norma di diritto ecclesiastico, secondo la quale tutti i battezzati nella Chiesa cattolica o in essa accolti sono tenuti all’osservanza delle leggi ecclesiastiche (can. 11 CIC).
Dall’entrata in vigore del nuovo Motu proprio, quindi, il can. 11 del Codice di Diritto Canonico riacquista vigore pieno per quanto riguarda il contenuto dei canoni ora modificati, anche nei casi in cui sia avvenuto un abbandono formale. Di conseguenza, per regolarizzare successivamente eventuali unioni fatte nella non osservanza di queste regole si dovrà far ricorso, sempre che sia possibile, ai mezzi ordinari offerti per questi casi dal Diritto Canonico: dispensa dell'impedimento, sanazione, e così via.
In conformità con quanto stabilito dal can. 8 del Codice di Diritto Canonico, il Motu proprio "Omnium in mentem" sarà formalmente promulgato con la pubblicazione negli Acta Apostolicae Sedis ed entrerà "in vigore compiuti tre mesi dal giorno apposto al numero degli Acta".
+ Francesco Coccopalmerio
Presidente del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi
Il testo integrale nella pagina del "Magistero"
NOTA sulla scomunica per scisma in cui incorrono gli aderenti al movimento del V
29 ottobre 2009
Pontificio consiglio per l'interpretazione dei testi legislativi: dal punto di vista pastorale sembrerebbe anche opportuno raccomandare ulteriormente ai sacri pastori tutte le norme del Motu proprio Ecclesia Dei con le quali la sollecitudine del Vicario di Cristo stimolava al dialogo e a porre i mezzi soprannaturali e umani necessari per facilitare il ritorno dei lefebvriani alla piena comunione ecclesiale
Preti sposati e celebrazione dell'eucaristia (can. 1335 CIC)
29 ottobre 2009
Pontificio Consiglio per l'interpretazione autentica dei testi legislativi: Atteso che in qualche nazione un gruppo di fedeli, ha richiesto la celebrazione della santa messa a sacerdoti che hanno attentato il matrimonio, è stato domandato a questo Pontificio Consiglio se sia lecito a un fedele chiedere per una giusta causa la celebrazione dei sacramenti a un chierico che, avendo attentato il matrimonio, sia incorso nella pena della sospensione "latae sententiae", la quale però non sia stata dichiarata